AREE DI RISORSE ED OPPORTUNITA’

Il nostro Paese, l’Italia, così bella ma complicata, ancora in crisi eppure solidale e premurosa, è fatto di metropoli futuribili e di città con grandi storie, di zone costiere e di aree montane, ma è, essenzialmente, caratterizzata per la presenza delle Aree Interne.

La Aree Interne sono tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione, una realtà assai diversificata al proprio interno, spesso distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con strategie di sviluppo incerte ed anche instabili ma tuttavia dotata di risorse naturali che mancano alle aree centrali, luoghi con grandi opportunità ma con problemi demografici, una porzione di territorio segnata per un forte policentrismo e con un forte potenziale di attrazione.

Dunque se l’Italia vuole essere davvero coesa ed attraente deve valorizzare quei territori e quelle comunità.

Le Aree Interne costituiscono una delle tre opzioni strategiche d’intervento per la programmazione UE 2014-2020, per poter raggiungere la coesione sociale e territoriale, così come indicato nel documento “Metodi e Obiettivi per un uso efficace dei fondi comunitari 2014-2020”.

La politica di coesione territoriale basata sui luoghi (cioè i territori) trae fondamento e legittimazione dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in particolare dall’art. 174, ma in Italia, è con l’Agenda per la riforma della politica di coesione, nota come “Rapporto Barca” che tale approccio viene meglio definito con riferimento alla politica di coesione europea. In particolare il Rapporto definisce la politica “place-based”, come una strategia a lungo termine finalizzata ad affrontare la persistente sottoutilizzazione di risorse naturali ed a ridurre la persistente esclusione sociale delle comunità che vivono con grandi difficoltà in specifici luoghi, attraverso interventi esterni e una Governance multilivello. Questa politica promuove la fornitura di beni e servizi pubblici integrati adattati ai contesti e mira a innescare cambiamenti istituzionali. Così nell’ambito di una politica place-based gli interventi pubblici si basano sulla conoscenza dei luoghi, sono verificabili, sono sottoposti a sorveglianza ed anche i collegamenti fra i luoghi (la creazione delle reti) sono tenuti in grande considerazione.

Insomma la strategia Aree Interne prevede il passaggio da opportunità a sviluppo per risolvere questioni che rappresentano limiti ad una piena cittadinanza e spingono ad abbandonare questi territori.

In questa logica, in Italia (grazie a Fabrizio Barca) il tema delle Aree Interne viene individuato come prioritario. Come infatti andavamo dicendo da tempo, noi amministratori di piccoli Comuni ma di grandi territori, il rilancio delle aree interne andava ripensato, non come problema ma opportunità, come fondamentale e strategico per il rilancio dell’intera Italia. Il documento individua tre distinti ma interconnessi obiettivi generali del progetto, per le aree interne del Paese:

  • tutelare il territorio e la sicurezza degli abitanti affidandogliene la cura;
  • promuovere la diversità naturale, culturale, del paesaggio e il policentrismo aprendo all’esterno;
  • rilanciare lo sviluppo e il lavoro attraverso l’uso di risorse potenziali male utilizzate.

 

Partendo dalla definizione degli obiettivi, per costruire la strategia vengono poi identificati due passi fondamentali:

  • sviluppare una mappa di larga massima delle aree che serva a misurare tendenze e ragionare su dove intervenire;
  • aver chiaro chi è contro e chi è a favore del progetto. Il progetto dovrà essere costruito per sfuggire al condizionamento dei primi e per dare spazio al futuro dei secondi. L’effettiva capacità di costruire gli incentivi, i filtri, le selezioni atti a produrre questo esito non è un qualcosa “in più” del progetto aree interne ma è la condizione per decidere di realizzarlo.

Il Governo in questi ultimi anni (fino alla recente nomina di Borghi a consigliere speciale) ha scelto di dare importanza a questa parte preponderante del territorio italiano, una realtà fatta di comunità resilienti con grandi difficoltà in termini di garanzia per i diritti di cittadinanza. In questa parte del Paese, infatti, che è caratterizzata da un’organizzazione spaziale fondata sui “centri minori”, spesso di piccole dimensioni, occorre prendere atto che attualmente le Istituzioni non sono in grado di garantire ai residenti una piena accessibilità ai servizi essenziali. Cerchiamo allora di capire quali sono le caratteristiche che segnano l’identificazione delle Aree Interne, viste anche le polemiche che sono scaturite tra le Istituzioni, per presunte ingiustizie nella scelta di quei territori che rientravano tra i benefici della strategia:

-significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (istruzione, salute e mobilità);

-dotate di importanti risorse ambientali (risorse idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali e umani) e culturali (beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere);

-profondamente diversificate, per sistemi naturali e a seguito di secolari processi di antropizzazione.

Ricorrendo al primo criterio, quello della distanza dai servizi essenziali, è stata costruita una mappa delle Aree interne che comprende: il 61% del territorio nazionale, il 23% della popolazione (di cui l’8% nelle aree periferiche e ultra-periferiche) e oltre quattromila Comuni con una media di 3.000 abitanti ciascuno.

In questi territori, dal secondo dopoguerra, s’è avviato un processo di marginalizzazione segnato da:

  • calo della popolazione, talora sotto la soglia critica;
  • riduzione dell’occupazione e dell’utilizzo del territorio;
  • offerta locale calante di servizi pubblici e privati;
  • costi sociali, quali il dissesto idro-geologico e il degrado del patrimonio culturale e paesaggistico.

Per queste problematiche le aree interne sono “questione nazionale” e non solo locale, soprattutto per almeno tre evidenti ragioni:

  • andamento demografico e mancato sviluppo dipendono anche dall’insufficiente offerta di servizi/beni di base (scuola, sanità e mobilità);
  • la degenerazione del capitale naturale e culturale, l’alterazione degli equilibri eco-sistemici e l’instabilità dei suoli in queste aree mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini e generano cambiamenti difficilmente reversibili;
  • il capitale territoriale non utilizzato è ingente.

Davanti ad una analisi così complessa per avviare l’inversione di questa situazione e promuovere uno sviluppo sostenibile viene lanciata la “Strategia nazionale per le aree interne”. Una strategia basata sopra una revisione critica del modello di sviluppo, prendendo atto che i sistemi agroforestali costituiscono parte fondamentale di quel “capitale naturale” su cui si fondano le possibilità di sviluppo economico e di conservazione ambientale, ma sono indissolubilmente legati all’opera dell’uomo. In questo senso occorre sviluppare una pianificazione che punti a realizzare una efficace integrazione dei processi sociali, economici ed ambientali, riducendo la polarizzazione fra sistemi produttivi e sistemi naturali, fra società urbana e società rurale.

In questo sistema in crisi, ci ritroviamo come cittadini chiamati solo a votare e pagare le tasse, mentre la partecipazione viene lasciata solo in occasione di casi d’emergenza civile, grazie alla sensibilità d’animo che i cittadini sanno dimostrare verso gli altri concittadini, mentre invece il modo migliore per far partecipare i cittadini alla vita politica e al sistema, è quello di creare luoghi di confronto e dibattito sulle tematiche importanti, che si vivono nelle Aree Interne quali ambiente, territorio, sviluppo, servizi pubblici, turismo ed agricoltura. Insomma la strategia Aree Interne non deve essere solo il finanziamento di azioni e misure d’intervento locale ma deve permetterci di ripartire dalla ricostruzione delle Comunità, le comunità che intendeva Don Sturzo, dove la “gens” ha la possibilità di confrontarsi e esprimere la propria opinione, la propria problematica, dove anche il semplice saluto ha un senso di appartenenza e riconoscenza. Ridare ai cittadini la possibilità di essere influenti nelle scelte del proprio territorio vuol dire far sentire le comunità locali come protagonisti del proprio futuro ed altresì in questo modo fare una selezione naturale e riconoscere il rappresentante di molti.

Oggi le Aree Interne, nonostante i ritardi e le contraddizioni che sono emerse (leggasi troppo centralismo) rappresentano, dunque, l’occasione per rilanciare lo sviluppo locale; uno sviluppo sostenibile ed integrato che deve partire dal basso e fondarsi sulla collaborazione tra pubblico e privato.

Allora in conclusione di questo mio articolo voglio invitarvi tutti a condividere l’opinione che ciascuno di noi, un amministratore, in primis, e poi ciascun cittadino delle aree montane deve superare “l’effetto paracadute”, cioè l’idea che il declino delle aree interne (e dei territori montani) sia inevitabile e dunque, di conseguenza, ci diamo da fare, con tante azioni, ma solo per rendere più dolce la caduta.

Ecco questa logica sarebbe davvero la nostra fine ed a questo dobbiamo ribellarsi. Noi ci ribelliamo come abbiamo saputo fare nei secoli di storia e come stanno a dimostrare la Carta di Chivasso e poi quella di Fontavellana; ci ribelliamo perché siamo certi che nei territori rurali e montani (nelle aree interne), creare lavoro e reddito, migliorare l’ambiente e vivere meglio, sia davvero possibile.