Tre alternative per trovare i soldi

L’autunno porta con sé i primi venti freddi dopo l’estate, giornate più corte e, più prosaicamente, l’approvazione della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, nonché la presentazione della legge di bilancio. Sui contenuti di quest’ultima, c’è molta attesa: in campagna elettorale, e nei mesi successivi alla nascita del governo Conte, sono stati presi molti impegni (abolizione della legge Fornero, reddito di cittadinanza, diminuzione delle imposte con flat tax) che comportano la ricerca di ingenti coperture.

Poiché i metodi per trovare risorse pubbliche sono tre, le alternative sono chiare: o si aumentano le imposte o diminuiscono le spese o si crea deficit. Massimo Bordignon ha recentemente spiegato perché ricorrere al deficit non è una buona idea.

E credo che nessuno abbia bisogno di una motivazione per convincersi che anche alzare le imposte non lo è.

Un modo alternativo per aumentare le entrate sarebbe quello di combattere l’evasione fiscale, ma per il momento non sembra una priorità della maggioranza. Non resta allora che una via: quali e quante spese si possono effettivamente tagliare per trovare le risorse necessarie? Qualche indicazione ce la possono dare le esperienze di revisione della spesa degli ultimi anni. E il quadro non è particolarmente ottimistico.

Tentativi di spending review

Spending review è una locuzione inglese utilizzata per indicare un processo di monitoraggio, valutazione e revisione della spesa pubblica, con l’obiettivo di migliorarne l’efficienza (“taglio degli sprechi”), l’efficacia (“indicazione delle priorità”) e la trasparenza (“come vengono spesi i soldi pubblici”). La spending review è un approccio di tipo selettivo, che si contrappone a quello dei tagli lineari o all’introduzione di tetti di spesa, che tuttavia risultano più semplici e immediati da attuare. La prima revisione della spesa in Italia risale al 2007, riguardava solo cinque ministeri (Giustizia, Infrastrutture, Trasporti, Interno, Istruzione) e non ha prodotto alcun risultato sensibile. Dal 2008 la revisione avrebbe dovuto diventare permanente, ma di fatto se ne riparla solo nel 2012, con tre decreti emanati dal governo Monti (Dpcm 3 maggio 2012, Dl 52/2012, Dl 95/2012) che, tra le altre cose, prevedevano anche la nomina di un commissario apposito. Nonostante il nome, quella revisione della spesa aveva un’impostazione tradizionale, vale a dire prevedeva tagli lineari, soprattutto nei comparti delle amministrazioni regionali e locali, nonché nella sanità. Era prevista anche la centralizzazione degli acquisti. L’obiettivo, parzialmente realizzato, era di ridurre la spesa per il 2012 di circa 4 miliardi di euro.

Molto più ambizioso e diffuso il programma della Commissione Cottarelli: 7 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015 e ben 33 miliardi nel 2016. La Commissione, organizzata in 18 tavoli verticali e 7 trasversali, attaccava l’intero perimetro della pubblica amministrazione e produsse un rapporto finale a lungo tenuto riservato. Il suo compito fu sostanzialmente quello di indicare tutte le voci di spesa effettivamente aggredibili, lasciando poi alla politica la scelta di quali misure adottare. Anche di queste misure non se ne fece molto, fatti salvi la razionalizzazione dei centri di acquisto nonché la riduzione delle aziende a partecipazione pubblica. Il commissario Carlo Cottarelli si dimise esattamente un anno dopo l’inizio del suo mandato.

Rivedere le spese fiscali?

L’opera di revisione è continuata col governo Renzi, pur con l’abbandono delle proposte della Commissione Cottarelli. Due i commissari nominati dopo le dimissioni di Carlo Cottarelli: Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, anche se quest’ultimo si dimise dopo pochi mesi.

La revisione della spesa resta da allora più come motto che come effettivo comportamento.

Dal 2014, inoltre, diventa sempre più stretto il rapporto tra la cosiddetta revisione della spesa e le clausole di salvaguardia, con le seconde pronte a scattare (generalmente, aumenti di Iva ma a volte anche taglio lineare delle spese fiscali) in caso di mancati risparmi. Dal 2014 a oggi, il ricorso alle clausole è stato evitato. Tuttavia, da sola la loro sterilizzazione per il 2019 costerebbe circa 12,5 miliardi di euro. Dove trovare tutti questi soldi, senza ricorrere a tagli lineari della spesa? L’aggregato più facilmente aggredibile è sicuramente il complesso delle spese fiscali o tax expenditures, vale a dire tutti quegli sconti legati al pagamento dell’Irpef (deduzione e detrazioni varie). Si tratta, a seconda delle stime, di almeno 70/80 miliardi di euro che meriterebbero una revisione per evitare che, con un taglio indiscriminato, vengano buttati insieme bambino e acqua sporca.

Purtroppo, le prime indiscrezioni narrano della volontà di ridurre dal 19 al 17 per cento lo sconto su spese sanitarie e mutui, non certo due tra gli sconti fiscali meno utili e meno apprezzati dalla popolazione.