Le elezioni amministrative 2017 sono finite con la sconfitta del centrosinistra che è passato da 15 sindaci delle città capoluogo a 6 mentre il centrodestra è passato da 6 a 16.

E’ stata, dunque, una vittoria del centrodestra che ha avuto evidenti risultati positivi al nord dove l’effetto di alcune scelte sbagliate o perlomeno discutibili, del centrosinistra, sia a livello nazionale che locale, ha pesato e non poco.

Nel centrosinistra, che perde le elezioni pur avendo mantenuto nel turno elettorale dei comuni sopra i 15.000 abitanti il maggior numero di sindaci, 67 contro i 59 del centrodestra ed i 20 delle liste civiche, il PD (cioè Renzi) è il maggiore accusato per la sconfitta.

Ora sui social impazzano commenti ed analisi più o meno di parte, ma la sconfitta è del tutto evidente e non si può far finta di non vederla, però voglio fare notare che il centrosinistra ha perso sia dove la coalizione era unita, sia dove non la era, cioè con il PD che correva da solo.

Certo l’antirenzismo, ancora una volta, ha fatto da collante ma ciò non basta a spiegare una pesante sconfitta, inaspettata in questi numeri.

Si dice che il voto amministrativo sia a macchia di leopardo e non abbia riscontri diretti sull’eventuale voto politico, può essere vero ma dalle lezioni bisogna imparare e non far finta di niente.

Se il voto dell’elettorato di sinistra si ritiene difficile da riconquistare a causa della pregiudiziale Renzi e si pensa di conquistare consensi verso il centro dobbiamo essere consapevoli che l’elettorato moderato non è conquistabile se le politiche del governo vanno in tutt’altra direzione rispetto al comune sentire di quel popolo.

Se lo IUS SOLI temperato e le UNIONI CIVILI sono leggi giuste (e lo sono), se l’accoglienza dei migranti è un nostro valore (e lo è), come possiamo sperare di prendere voti da un elettorato lontano e distante da queste idee?

Forse allora dobbiamo farci forti di queste battaglie, come delle riforme indispensabili al Paese, e lanciare un progetto politico fatto non di posizionamenti.ma di un programma preciso con proposte concrete per il Governo e con le primarie quale metodo di scelta per il futuro Presidente del Consiglio.

Certo, avete capito bene, sto parlando di un modello “En Marche” guidato da un Macron italiano ma francamente ciò non sarà possibile per il fatto che la legge elettorale italiana sarà proporzionale e non maggioritaria.

Dunque torniamo a parlare di queste elezioni che hanno visto anche il M5S retare fermo al palo con un risultato inferiore alla attese e con evidenti problemi interni.

Certo a Carrara ha vinto un Sindaco pentastellato ma in questa città il centrosinistra, pur di riuscire a perdere, ne ha combinate i tuti i colori, con divisioni, conflitti e personalismi. A Carrara non ha vinto il M5S ha perso il PD che, forse, unito e dopo aver fatto le primarie, avrebbe potuto vincere. Ora a Carrara non abbiamo bisogno di bonifiche e vanno abborrite le epurazioni ma vanno evitate anche le tentazioni di fare finta di niente per ricominciare la costruzione di un nuovo PD locale (senza commissari).

A Carrara con Zanetti si era almeno tentato di tenere unita la sinistra ma a La Spezia dove la sinistra era drammaticamente divisa, è stato un disastro ed alla fine ha vinto il buon Peracchini (persona capace e moderata) mandando il centrosinistra del sindaco uscente, di Orlando e della Paita, in minoranza (qualcosa vorrà pur dire…).

Ora se, partendo da questi risultati, proviamo a cercare un filo comune che ha guidato gli italiani al voto, potremo provare ad individuarlo, ancora una volta, nel voto “contro”.

Si tratta certamente di un fenomeno tipico dei sistemi maggioritari a doppio turno ma in Italia, durante le amministrative, assume connotati sociopolitici che vanno oltre il voto locale e la fiducia verso un dato Sindaco.

In questo turno elettorale, oltre al solito voto contro Renzi (di cui abbiamo già detto), s’è manifestato (in larghissima parte) un voto contro la maggioranza di governo uscente. In quasi tutte le realtà s’è verificato che dopo il voto sono risultate cambiate situazioni politiche cristallizzate da tempo (chi d 5 o da 10 o da più anni). E’ stato come se gli italiani volessero manifestare la propria contrarietà verso quelle elitès che coi loro privilegi si rendono insopportabili.

Un fenomeno registrabile tra chi ha votato ma che trova conferma anche in quel preoccupante calo dei partecipanti al voto che rende possibile la vittoria di un Sindaco con neanche il 30% dei consensi rispetto agli aventi diritto.

Il problema della sfiducia verso la politica è davvero allarmante e non può trovare risposta nel leaderismo populista, nel qualunquismo demagogico o nel partito azienda ma solo attraverso una legge che regolamenti i Partiti rendendoli sempre più trasparenti, democratici e responsabili.

Le radici di questo problema, che non riguarda solo il PD ma il senso stesso della politica, sono molto più profonde e decisive, dei confronti periodici sul modello di legge elettorale, sul centro sinistra largo od a vocazione maggioritaria, sulle preferenze o collegi uninominali, sulle primarie o sulle scelte online…. Certo, questi temi esistono ma il cuore del problema, il punto da cui partire è rappresentato dal futuro del pianeta e dalle condizioni di vita  e di prospettiva delle persone.

Questo voto estivo c’insegna che di cambiamento c’è bisogno e che se i Partiti non sanno farlo, gli elettori, in assenza di vincoli ideologici, provvedono loro a farlo anche a costo di rotture rispetto al Partito di riferimento.

Pertanto, alla luce di queste riflessioni mi viene di concludere sovvertendo la massima Andreottiana: il potere logora chi ce l’ha!!!