-Quello democratico è un disegno intrinsecamente contraddittorio-

Inizia così l’intrigante e originale libro di Giovanni Orsina, professore di Storia contemporanea e vicedirettore della School of Governament all’Università LUISS “Guido Carli” di Roma, nonché editorialista della “Stampa”.

La tesi è a prima vista controintuitiva, ma basta fare mente locale alla nostra esperienza quotidiana e subito ci appare credibile. Il professor Orsina riesce anche ad argomentare in maniera credibile questa tesi che percorre il volume.

Esso si dipana in tre capitoli: il Novecento e le contraddizioni della democrazia, la politica al tempo del narcisismo, comprendere tangentopoli. In ognuno Orsina si appoggia a uno o più classici per aiutarci a comprendere il filo rosso del suo pensiero: Tocqueville, Huizinga, Ortega y Gasset, Del Noce, Girard, Canetti. Ogni pagina è per certi versi sorprendente e, perciò intrigante, e questo è il merito principale del libro. Lo storico Orsina trae lezioni dal passato per illuminare il presente e ipotizzare un possibile futuro.

La democrazia è «la promessa che ciascun essere umano abbia pieno e assoluto controllo sulla propria esistenza, conducendola come e dove meglio crede; e la pretesa degli esseri umani che quella promessa sia mantenuta» (p. 21). Tuttavia, perché questo accada occorre un tipo umano che si autolimiti nei propri desideri, pena il deflagrare della democrazia.

Perché questo non accada occorre prevenire le conseguenze negative con dei contrappesi. La prima conseguenza è il modo con cui si conosce: si lavora molto e si studia poco, si fanno generalizzazioni, si favoriscono di più le conoscenze pratiche e poco quelle astratte. Da qui il seguire più l’opinione maggioritaria che un pensiero critico. La seconda riguarda la dimensione psicologia: si corre il rischio di diventare uomini materialisti e spiritualmente sterili, per inseguire un benessere materiale e non anche spirituale. La terza è di natura sociologica: ci si individualizza sempre più a scapito della dimensione relazionale che costituisce il legame sociale. I contrappesi possibili sono: la religione, in quanto eleva gli animi dalla vita materiale, la partecipazione alla vita pubblica e l’“interesse bene inteso”.

Orsina passa poi ad analizzare il periodo tra le due guerre che ha prodotto regimi autoritari, soprattutto di destra, che avevano lo scopo di garantire benessere, potenza e sicurezza. Dal venir meno dei contrappesi si è giunti così alla convinzione che la forza è l’unica ragione, convinzione che ha scatenato la seconda guerra mondiale.

L’autore mostra come il secondo dopoguerra abbia visto una moderazione nel voler perseguire la felicità a ogni costo e l’affermarsi della liberaldemocrazia, ma «per mancanza di meglio». La democrazia ora soffre «d’una marcata debolezza etico-politica» e mette in campo tre tipi di contrappesi: la delimitazione della sfera pubblica (tendenzialmente conservativa) e la sfera del mercato (libero); la depoliticizzazione del governo della sfera pubblica per preservarla dai conflitti democratici; lo sviluppo di modelli costituzionali per limitare l’accesso diretto del popolo agli organi di governo, un no alla democrazia diretta, ma un sì a quella delegata.

«Perché mai gli europei rinunciano alla piena autodeterminazione e accettano nuovamente le gerarchie?». Secondo Orsina per il semplice motivo che il massacro della seconda guerra abbia accresciuto, in chi l’ha vissuta, la modestia, la pazienza e la capacità di accontentarsi, caratteristiche dell’uomo democratico che abbiamo visto prima. Tre fattori hanno accompagnato questo periodo storico: i grandi partiti popolari cattolici, la guerra fredda e il benessere postbellico.

Questo fino agli anni sessanta circa. Da qui in poi, cresce sempre più l’uomo narcisista. La politica non ha sufficienti anticorpi per contrastarlo e quindi cerca di blandirlo, cercando di realizzare i suoi infiniti desideri, non riuscendoci. La conseguenza è la crescita di un risentimento contro chi governa, non rendendosi però conto che è la domanda ad essere eccessiva, non la risposta inadeguata. Ma tant’è.

Il Sessantotto è stato l’ultimo tentativo di sostituire l’assoluto religioso con l’assoluto storico marxista.

L’affermarsi dell’uomo narcisista colpisce cinque aspetti fondamentali del politico: potere, identità, tempo, ragione e conflitto. Sinteticamente: più libertà individuale meno potere pubblico; più individuo meno società; il narcisista vive in un eterno presente, senza passato e senza futuro; più emozioni e istinto meno ragione; ricondurre a unità i desideri di ciascuno non è affatto facile in modo pacifico e ordinato.

Il privato è politico, slogan del Sessantotto, diventa anche che il pubblico è privato, di conseguenza si giudica la politica non come politica con la sua logica, ma come un cittadino privato qualunque.

La politica prova a reagire in cinque ambiti: nelle istituzioni con la retorica e più strumenti di democrazia diretta; concedendo e normando diritti civili; con più diritti aumenta il potere giudiziario e la forza dei tecnocrati; la globalizzazione ha limitato le richieste crescenti di emancipazione soggettiva; nel mercato operano forze che favoriscono la libertà, ma le regole del mercato sono anche molto stringenti: si può comprare di tutto ma solo entro certe regole e limiti.

La politica, provando a rispondere a una domanda infinita di autodeterminazione, si è segata il ramo su cui era seduta due volte e mezza, dice Orsina. La prima alimentando il circolo vizioso secondo cui con maggior libertà si limitano gli spazi delle scelte politiche. La seconda perché, per lo stesso motivo, ha ristretto il proprio spazio di intervento limitandolo e utilizzando logiche non politiche, non riuscendo così a mantenere la promessa di autorealizzazione. La mezza, tramite i referendum, avvicinando i cittadini – che li hanno utilizzati contro la politica e non come aiuto alla politica – ai luoghi delle decisioni politiche.

Il terzo capitolo affronta un tema più italiano: l’eccessivo risentimento causato da Tangentopoli nel 1992, le sue origini e le conseguenze. Il professore si ferma alle soglie dell’attualità, non senza lasciar intravvedere alcune opinioni e ipotesi che, da storico, andranno verificate nei prossimi anni.

Secondo Orsina l’Italia è una democrazia liberale, ma è carente in tre punti importanti: l’esclusione dei comunisti dal governo, a causa della guerra fredda, ha limitato la possibilità di scelta dei cittadini alle elezioni; l’occupazione dei partiti delle istituzioni vanificando le garanzie dello stato di diritto; la lontananza dall’ideale democratico di autodeterminazione individuale rispetto alle altre grandi democrazie europee.

Utilizzando l’analisi di Elia Canetti in “Massa e potere”, l’autore interpreta le emozioni degli italiani in un difficile esercizio di psicologia sociale. Secondo Canetti ogni comando lascia una «spina» nell’individuo, solo per il fatto di obbedire al comando. Da qui la necessità di togliersi queste spine per alleggerire la pressione emotiva. Orsina ipotizza che in Italia non è stato possibile togliersi queste spine, attraverso le elezioni e l’alternanza fino al 1989, la caduta del muro di Berlino. L’eccessivo risentimento covato fino a quel momento trova ora una possibilità di sfogo contro le classi dirigenti fino ad allora al potere nelle elezioni di quegli anni che vedono la fine della DC e del PSI e l’avanzarsi di nuove forze: Berlusconi e la Lega.

Nel 1992-1993, oltre all’esplodere di Tangentopoli, c’è una crisi economica con l’uscita dell’Italia dalla SME, la svalutazione della lira rispetto al marco e l’aumento del debito pubblico. Questi fattori economici, per Orsina, sono quelli che hanno suscitato le emozioni più profonde che hanno influito sulle scelte dei cittadini in quel periodo.

Come si sono ritrovati gli italiani dopo questa crisi profonda, in cui ancora oggi si trovano? Con una insoddisfazione permanente nella quale si intrecciano tre fattori: gli elettori hanno la pretesa che la politica risolva problemi al di là della sua portata e non hanno la minima intenzione di pagare altri prezzi; l’impazienza di fronte alla lentezza con cui vengono affrontati i problemi, da qui il continuo ricambio degli eletti; il rifiuto di dare alla politica il tempo e le risorse economiche per avere una classe dirigente dignitosa al riparo dalle invasioni di campo dei media e della magistratura.

Il senso d’insoddisfazione, ipotizza Orsina, deriva dall’angoscia di aver sacrificato il ceto di governo, fatto grave in democrazia, che non ha trovato, per il momento, contropartite significative: un nuovo miracolo economico, la scomparsa del debito pubblico o la raggiunta maturità europea.

Da qui l’antipolitica di destra di Berlusconi, e un’antipolitica di sinistra, più complessa, l’antiberlusconismo «nutrito proprio di considerazioni di natura etica e giudiziaria, ne ha rappresentato l’espressione più emblematica e rilevante.

Nell’epilogo Orsina prospetta quattro ipotesi per il futuro:

«La prima ipotesi (di soluzione del rompicapo democratico) passa per la convinzione che il processo di emancipazione individuale non sia destinato a generare dei narcisisti e a disintegrare tutti i punti di riferimento collettivi, rendendo impossibile l’attività politica, perché gli esseri umani sono adattabili e pieni di risorse, e non hanno bisogno di appoggiarsi a presupposti esterni a loro […]

La restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe rappresentano la seconda e  la terza soluzione del rompicapo democratico […]

La quarta e ultima ipotesi di governo delle contraddizioni democratiche passa per il senso comune: per la speranza che quanti abitino le democrazie conservino un patrimonio sufficientemente consistente di realismo, ragionevolezza, pazienza e moralità. Anche questa ipotesi ha bisogno di un certo ottimismo antropologico, come la prima che abbiamo presentato. In questo caso non si tratta di demolire tutto e poi ricostruire, bensì di evitare che il processo di distruzione arrivi fino in fondo. Ma è pur sempre da dentro l’individuo che deve venire il confine – si tratta comunque di un processo di autolimitazione» (pp.170-174).

Recensione di Marco Bonarini