Bonafede e gli inceneritori

Il governo ha siglato in questi giorni un piano d’azione per contrastare il problema dei roghi di rifiuti che caratterizzano la “Terra dei fuochi”. Un fenomeno non più appannaggio della sola Campania, ma sempre più diffuso anche al Nord e sintomo di una questione nazionale che difficilmente verrà risolta solo attraverso maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine. All’interno della maggioranza resta comunque acceso lo scontro tra due diverse visioni. Da un lato, la Lega di Matteo Salvini che ritiene necessario aumentare il numero di inceneritori per far fronte all’emergenza rifiuti, dall’altro il Movimento 5 stelle, che invece sostiene che il problema si possa risolvere applicando in tutta Italia il modello virtuoso basato sul riciclo della raccolta differenziata.

In questo contesto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ospite a Porta a Porta nella puntata d3l 20 novembre ha affermato:

“Laddove ci sono gli inceneritori la differenziata è bassissima (…) a Copenaghen dove c’è l’inceneritore c’è una raccolta differenziata del 27 per cento. (…) Non è vero che all’estero tutti hanno gli inceneritori, tanti stati investono nella raccolta differenziata e ci sono casi, come quello di Barcellona o San Francisco, in cui si fanno politiche rifiuti zero senza l’uso di inceneritori.”

 

Secondo Bonafede, quindi, l’uso degli inceneritori va sempre a discapito del riciclo. Inoltre, sarebbe attualmente possibile una politica rifiuti zero, ovvero nulla va in discarica, senza adottare gli inceneritori.

Uno sguardo all’Europa

Grazie ai progressi degli ultimi anni nella raccolta differenziata, l’Italia è ora il sesto paese in Europa in termini di percentuale di riciclo e compostaggio (tabella 1). Tuttavia, ancora il 28 per cento dei rifiuti urbani finisce in discarica, rispetto all’1 per cento dei paesi scandinavi e della Germania.

Un caso emblematico è quello della Danimarca, dove la legislazione nazionale ha reso illegale smaltire in discarica rifiuti che possono essere riciclati o bruciati per produrre energia. Inoltre, applicando una tassa sul conferimento in discarica circa dieci volte maggiore rispetto a quella sul conferimento agli inceneritori, che producono energia e calore, il paese invia oggi alle discariche solo l’1 per cento dei propri rifiuti. A Copenaghen è stato inaugurato nel 2017 un inceneritore su una collina artificiale all’interno della città. E, al contrario di quanto afferma Bonafede, nella capitale danese oltre il 45 per cento dei rifiuti urbani viene riciclato, meno del 2 per cento finisce in discarica, mentre il resto viene bruciato recuperando energia e risparmiando la CO2 che si sarebbe altrimenti consumata utilizzando combustibili fossili. Allo stesso modo in paesi come l’Austria, la Germania, il Belgio e i Paesi Bassi si ricicla il 55-60 per cento dei rifiuti e meno del 3 per cento viene smaltito in discarica. In questi paesi lo sviluppo del riciclo e del recupero energetico tramite inceneritori è andato di pari passo. Invece, in paesi quali Malta e Cipro, dove gli inceneritori non vengono utilizzati, la raccolta differenziata è assai ridotta e la maggior parte dei rifiuti finisce in discarica.

Tabella 1 – Smaltimento dei rifiuti urbani nei paesi Ue

Fonte: Eurostat, Commissione europea

La situazione in Italia

I dati aggregati dell’Italia nascondono una forte eterogeneità tra le regioni. Nel 2016 la produzione nazionale di rifiuti urbani è stata pari a 30,1 milioni di tonnellate, di cui il 47 per cento al Nord, il 22 per cento al Centro e il 31 per cento al Sud. A livello nazionale la raccolta differenziata dei rifiuti urbani è passata dal 25 per cento del 2006 al 52 per cento del 2016. Ma se il Nord presenta dati in linea con i paesi europei più virtuosi (64 per cento), il Mezzogiorno arranca con il 37,6 per cento (tabella 2).

Ancora più marcata è la differenza in termini di infrastrutture per il recupero energetico (termico o elettrico) dei rifiuti. Grazie alla maggior diffusione della raccolta differenziata, il numero di inceneritori su scala nazionale si è ridotto dai 49 del 2012 ai 41 attuali. Ben 26 di essi sono situati nelle regioni del Nord (di cui 13 in Lombardia e 8 in Emilia Romagna), mentre, dei restanti, 8 sono situati al Centro e 7 al Sud. Il 69 per cento dei rifiuti urbani che vengono inceneriti viene trattato nei termovalorizzatori del Nord, contro il 12 per cento del Centro e il 19 per cento del Sud, anche perché una parte significativa dei rifiuti inceneriti al Nord proviene da Centro e Sud Italia. La sola Lombardia, per esempio, importa ogni anno 190 mila tonnellate di rifiuti prodotti in Campania, Lazio, Puglia e Abruzzo. La situazione ha origine dal decreto “sblocca Italia”, che nel 2014 ha autorizzato il trasferimento tra le regioni dei rifiuti da incenerire. L’obiettivo era aumentare il tasso di utilizzo degli impianti esistenti per perseguire economie di scala (dati gli elevati costi fissi) e ridurre la consistente percentuale dei rifiuti urbani che va in discarica nelle regioni del Sud. Tuttavia, data la mancata pianificazione delle politiche di gestione dei rifiuti in alcune regioni, la situazione sembra sfuggita un po’ di mano.

Tabella 2 – Raccolta differenziata dei rifiuti urbani

Fonte: Istat, Rapporto Bes.

Il Mezzogiorno è carente anche per quanto riguarda gli impianti di riciclo: 4.102 sono situati al Nord, mentre solo 777 si trovano al Sud. E così i rifiuti urbani in eccesso si esportano all’estero: 433 mila tonnellate all’anno contro 208 mila tonnellate di import. Il 61,7 per cento dei rifiuti esportati è da destinare a incenerimento e in cima alla classifica delle regioni che più ricorrono all’esportazione troviamo la Campania (24 per cento del totale esportato). È una prassi economicamente svantaggiosa, che oltretutto, in alcuni casi, non sarà più possibile seguire, per esempio per lo stop della Cina all’importazione di rifiuti plastici. Mancano quindi infrastrutture per il riciclo e la termovalorizzazione al Sud, di conseguenza la gestione di un chilogrammo di rifiuti, sia esso da raccolta differenziata o indifferenziata, costa in quelle regioni più che al Nord. Sarebbe conveniente, come avviene nei paesi nordici, investire di più sugli impianti di cogenerazione (che recuperano sia energia elettrica che termica), poiché hanno un maggior rendimento, ma oggi solo 13 inceneritori dei 41 presenti sul suolo italiano sono di questo tipo.

In generale, anche in Italia, emerge una correlazione positiva tra maggior uso degli inceneritori, minore smaltimento in discarica e maggior riciclo. Anche considerando i modelli più virtuosi come quello di Treviso citato dai 5S (oltre 80 per cento di raccolta differenziata) o quello di Barcellona citato da Bonafede, il riciclo da solo non basta per raggiungere l’obbiettivo rifiuti zero in discarica. Infatti, ogni anno 12 mila tonnellate di rifiuti non riciclabili della provincia trevigiana vengono bruciati  nell’inceneritore Hera di Padova, mentre anche Barcellona ha il suo impianto.

Il verdetto

Al contrario di quanto afferma Bonafede, non è vero che laddove esistono gli inceneritori si fa meno raccolta differenziata, tanto all’estero quanto in Italia. Inoltre il “Pacchetto sull’economia Circolare” della Ue stabilisce che dal 2035 meno del 10 per cento dei rifiuti urbani dovrà finire in discarica e almeno il 65 per cento dovrà essere riciclato. In contrasto con quanto sostiene il ministro della Giustizia, nell’attesa che si sviluppino nuove tecniche di riciclo e che tutte le filiere produttive usino materiali riciclabili o compostabili laddove possibile, per raggiungere l’obiettivo non potremo fare a meno di incenerire quella frazione di raccolta indifferenziata non riciclabile che altrimenti finirebbe in discarica.

Le dichiarazioni del ministro sono perciò complessivamente FALSE.

Tratto da “la voce”

Scritto da Lorenzo Sala