In questi giorni le cronache politiche riportano il necrologio di Liberi e Ugualila lista elettorale, nata poco prima delle elezioni del 4 marzo e sopravvissuta per un soffio allo sbarramento, anziché trasformarsi nel promesso partito unico della sinistra sembra arrivata al capolinea.

Per chi, come me, in quell’operazione politica ha creduto – fino a spendersi in funamboliche raccolte firme e in improbabili volantinaggi sotto la pioggia e la neve – la delusione è grande, ma non è certo una sorpresa degli ultimi giorni: anzi, la delusione ha accompagnato ogni passaggio della vicenda, fin dal suo inizio.

Eravamo in tanti a sentire l’esigenza di una forza politica di sinistra, autonoma dal Partito Democratico e capace di richiamare all’azione i tanti militanti ed elettori scoraggiati, da tempo rifugiati nell’apatia e nell’astensione: una forza unitaria, che mettesse insieme le tante micro formazioni presenti nella stessa area politica e che coinvolgesse le esperienze di civismo solidale, ecologista, femminista e pacifista già attive nel Paese, recuperando i valori della sinistra ormai appannati.

Con la speranza nel cuore abbiamo assistito ai tentennamenti e alle follie dei nostri dirigenti: l’inutile, sfiancante attesa della leadership di Pisapia; i bisticci incomprensibili dentro al Brancaccio, i distinguo e le polemiche sul posizionamento rispetto al PD e altre amenità consimili. Con l’ottimismo della volontà, siamo passati sopra al tempo sprecato e alla fretta improvvisa con la quale si è nominato Pietro Grasso come leader e si sono scelti nome e simbolo della lista nel chiuso di una stanza, senza coinvolgerci. Abbiamo partecipato con entusiasmo alle assemblee programmatiche, anche se ci insospettiva l’assenza di molti big (si fa per dire); abbiamo contribuito fiduciosi a selezionare i candidati locali, certi che i dirigenti avrebbero mantenuto l’impegno preso con noi di limitare le candidature plurime e soprattutto di evitare i “paracadutati”.

La pubblicazione del programma, ben più generico e annacquato di quanto ci aspettassimo, è stata una delusione; la presentazione delle liste è stata un colpo micidiale. Abbiamo visto big candidati in più collegi lontani dal proprio territorio di origine; oscuri portaborse e vecchie glorie catapultati come capilista in regioni a vocazione autonomista; attivisti conosciuti e stimati esclusi dalla candidatura o relegati in posizioni ineleggibili – il tutto deciso nelle segrete stanze, tra i vertici dei partiti, con scoraggianti retroscena di liti furibonde e posaceneri volanti raccontati dalla stampa.

Ce n’era abbastanza per demotivarci e, purtroppo, alcuni di noi hanno gettato la spugna già allora; i più stoici hanno resistito fino alla fine di una campagna elettorale in cui nei media non sono emersi né proposte innovative, né volti nuovi che potessero rappresentarci efficacemente e conquistare gli elettori.

Il risultato elettorale è stato il frutto prevedibile di tanto spreco di energie e di occasioni.

Ammetto di essere tra coloro che hanno deposto le armi il giorno dopo il voto: Liberi e Uguali mi è sembrato, da allora, un’esperienza conclusa, priva di prospettiva; ma ho continuato a seguire l’attività dei parlamentari eletti e a guardare con simpatia a quei compagni di strada che ancora insistevano a chiedere la nascita del partito unico che era stato loro promesso. Purtroppo il mio scetticismo si è dimostrato fondato: i capi partito chiamati a dare seguito alla road map stabilita a suo tempo per l’avvio del percorso congressuale si sono sfilati, adducendo come ragione insanabili divergenze strategiche sul posizionamento politico in Europa e rispetto al PD.

E’ tutto finito, dunque? Leggendo i giornali, parrebbe di sì; Liberi e Uguali sarebbe ormai un mucchietto di cenere, un gruppo parlamentare di personaggi messi insieme per caso, ciascuno con un progetto politico diverso – ciascuno che proclama, naturalmente, di voler unire la sinistra e di voler lanciare una sfida egemonica nel campo dell’opposizione, ma indipendentemente dagli altri. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere…

Eppure, in tanta desolazione qualcosa sta accadendo: i militanti più tenaci di me, quelli che non si sono arresi alla delusione, hanno deciso di autoconvocarsi a Roma per il prossimo 24 novembre. Vogliono a tutti costi il partito promesso, per il quale si sono spesi: per questo hanno sfidati i dirigenti di LeU a essere presenti e a confrontarsi con loro.

In tutta la vicenda, in effetti, l’aspetto più paradossale è proprio il totale distacco tra i vertici dei partiti costituenti di LeU e il piccolo, ma agguerrito popolo dei suoi militanti: un popolo che ha ormai dimenticato le provenienze partitiche, che non si interessa più agli stantii rituali dei posizionamenti politici, delle interviste a botta e risposta, dei giochi di corrente; un popolo che vuole una sola cosa, un partito di sinistra per il quale impegnarsi, in un Paese che sembra travolto dallo tsunami di un’ideologia identitaria, reazionaria e xenofoba.

Forse è ormai troppo tardi per rimettere insieme i cocci di Liberi e Ugualimalgrado la buona volontà di tanti attivisti (e anche, è giusto ricordarlo, di alcuni parlamentari eletti col suo simbolo): ma decretarne la fine con un paio di documenti votati da una Direzione Nazionale è una grandissima mancanza di rispetto, sia verso gli elettori che verso chi si è impegnato in prima persona, nella campagna elettorale e nel tenere vivi i comitati fino ad oggi.

La miopia di quei dirigenti, che non hanno pensato neppure per un attimo di consultare la propria base, dimostra che la sinistra ha bisogno di ben altri leaderla perseveranza di questi militanti dimostra invece che in qualche modo, con un qualche nome e simbolo e con nuovi protagonisti un partito nascerà, perché continua a essere necessario, oggi più che mai.

Tratto da “statigenerali”

Scritto da Silvia Bianchi