La pecora imbambolata fissa un monitor muto su cui scorrono le immagini di un quiz con Mike Bongiorno, l’unico suono è il ronzio di un condizionatore, quando questo si spegne la pecora stramazza al suolo.

Paolo Sorrentino inizia così il suo doppio film Loro, pellicola molto attesa per il mistero che ha circondato il film, coi suoi set blindatissimi e lo scottante compito di provare a dare una spiegazione di cosa è accaduto a questo paese per meritarsi un ventennio berlusconiano.

La metafora iniziale è chiara: il pecorone, che sembrerebbe fuggito dai greggi rassicuranti di quegli intervalli bianco e nero della RAI anni 70, finisce ipnotizzato davanti alla televisione commerciale che però sembra irradiare il suo potere anche all’ambiente esterno fino a causare il crollo dell’animale. La pecora paga così il distacco dal gregge, il sogno di un individualismo sfrenato che sposta l’ago della bilancia del pudore dal non essere qualcosa al non avere qualcosa, confermando la profezia pasoliniana dell’appiattimento che la società dei consumi opera su quel che resta della coscienza collettiva.

Il tema della vecchiaia è un pilastro nel cinema di Sorrentino. Per fare psicologia spicciola si direbbe che il regista, avendo perso entrambi i genitori ancora adolescente, si ritrova sempre a mitizzare il tema del declino, cercando la vecchiaia della generazione precedente. Ancora una volta contempla il lentissimo tramonto che connota La grande bellezza come Le conseguenze dell’amore e forse, anche per questo, sceglie di raccontare la parte umanamente più fragile della parabola berlusconiana: la fine del suo matrimonio, la caduta politica, le cene eleganti, la partita impossibile con la morte.

Il regista  però non parte dall’ufficialità di Arcore col noto caso Ruby, ma sceglie di fantasticare sul filone più provinciale e quasi artigianale del bunga bunga: quello dell’inchiesta barese.

Qui un neo vitellone come Riccardo Scamarcio alias Stefano Morra alias Gianpaolo Tarantini, tenta la sua ascesa con ogni mezzo pur di entrare nel circuito del divertimentificio del presidente. Sgomitando tra appalti e ragazze, fa di tutto per farsi notare, e arriverà fino a Lui e al suo vulcano arrogandosi, forse come un giovane Jep Gambardella, il potere di far fallire quelle feste.

La caduta dell’impero passa per molti letti, telefonate, appostamenti, scambi, pippate e festoni organizzati per Lui da Loro, in un mondo dove bastano i pronomi perché la concentrazione di potere è tale da cancellare identità che non siano funzionali all’apparato.

La corruzione morale ridefinisce il concetto di spontaneità, nessun gesto sembra sfuggire al calcolo opportunistico: il sistema è così articolato che nemmeno il mastodontico lavoro di sbobinatura delle intercettazioni svolto dalle procure riuscirà a restituire un quadro del tutto attendibile.

L’unico contraltare al potere incondizionato sembra essere quello di una moglie invecchiata e incazzata, la Veronica Lario di Loro è una donna che ha sempre un libro in mano, che manda i figli alla scuola steineriana, concedendo pochissima televisione. Ma quando il suo innamoramento passa dalle farfalline nella pancia a quelle esibite dalle ragazze di “papi”, darà inizio a una battaglia per separazione che coinvolgerà le sorti del paese.

E questo sembra il tema della seconda parte di Loro, perché se il primo episodio di questo doppio film illustra l’ambiente dopato in cui la vicenda si dipana, il secondo, in uscita il 10 maggio, si concentrerà proprio su Loro due.

Scritto da Fabio Bettoni