Costruire un mondo migliore per i nostri figli. È stato questo il titolo (senz’altro ambizioso, ma necessario) del primo evento della serie “Aspettando il Brains Day”.

Tenutosi a Milano, nei prestigiosi spazi di Banca UBI in via fratelli Gabba 1, l’incontro ha visto quattro ospiti d’eccezione confrontarsi con il direttore de Gli Stati Generali Jacopo Tondelli su temi cruciali per le prossime generazioni (e anche per quelle attuali) come il cambiamento climatico, l’educazione, le conseguenze sociali e culturali delle trasformazioni tecnologiche, e i sistemi urbani.

Sulla centralità del ruolo dei genitori e della scuola ha parlato l’economista Fabrizio Zilibotti, professore all’Università di Yale. Che ha spiegato, per esempio, come «la crescente diseguaglianza socioeconomica, trend globale ma che ha colpito alcune società in particolare, ha condotto a un’evoluzione delle forme di genitorialità, specie in paesi come Stati Uniti e Cina, dove si è verificato un aumento drammatico delle energie e del tempo dedicati dai genitori ai figli per aiutarli ad avere successo negli studi. Studi cruciali per trovare, poi, un posto di lavoro ben retribuito. L’alternativa sono occupazioni mal pagate, spesso la povertà».

Quanto all’Italia, secondo l’economista «c’è molta sfiducia, e c’è una generazione intera che ha patito la mancanza di crescita economica, che ormai dura da quasi un ventennio. E paradossalmente, questa situazione ha generato l’idea che la via d’uscita sia l’abbandono dei percorsi scolastici e accademici, anziché il loro miglioramento. Abbiamo una percentuale altissima di giovani che non studiano e non lavorano [i cosiddetti né-né], la più alta d’Europa. In Italia, purtroppo, l’investimento in istruzione non viene visto come un investimento in capitale umano ad alto rendimento… E di fronte a ciò la risposta naturale di molti genitori, di una generazione che sta molto meglio della nuova, è quella di ricorrere a strumenti di protezione. Ma così si rischia di creare una cultura della dipendenza».

Che fare? Per Zilibotti non esistono risposte facili. «Penso si dovrebbe puntare su iniziative in grado di promuovere il concetto di imprenditorialità; e si dovrebbe cercare di rimettere in moto un sistema basato sul merito e sul successo accademico. Sarebbe fondamentale investire nell’istruzione, ridurre le barriere alla creazione di nuove imprese, e ridurre anche il costo del lavoro, in modo da permettere alle imprese di assumere di più. È chiaro, ci vuole tempo. Forse i politici dovrebbero anche dire che la capacità dello Stato di risolvere i problemi è limitata…»

Uno dei modi per sostenere l’occupazione giovanile può essere l’economia circolare. Ad esempio una gestione più dinamica e sapiente delle foreste. Come ha spiegato Giorgio Vacchiano, ricercatore alla Statale di Milano e tra i massimi esperti mondiali nella gestione forestale, boschi e foreste forniscono, ad esempio, «un materiale molto promettente per l’edilizia: il legno. Esistono nuove tecniche di lavorazione che permettono di realizzare delle strutture portanti in legno, resistenti al fuoco, solide, con una sopportazione delle sollecitazioni sismiche superiore a quella del cemento armato, e soprattutto con un’impronta climatica più bassa rispetto ai materiali che usiamo oggi».

Per Vacchiano quando si creano nuovi rapporti con la foresta, «si creano anche delle nuove opportunità professionali. Perché usare il legno di una foresta permette di legare la cura del territorio a una risorsa economica importante, e di promuovere pratiche molto più sostenibili. Certo, sono azioni che non creano milioni di posti di lavoro ma consentono di offrire nuove opportunità in territori abbandonati e poco curati».

Alberi dunque, non solo sui monti e in campagna, ma anche in città. Come a Milano, su cui svetta ora il Bosco Verticale progettato dall’architetto Stefano Boeri. Per Vacchiano, «in città le foreste possono generare altri benefici. Due su tutti: il primo è l’assorbimento di sostanze inquinanti (nella città di Barcellona è stato calcolato che gli alberi assorbono circa il 20% del particolato emesso da tutte le attività che vi hanno sede); l’altro è la regolazione degli estremi climatici, quindi sia la regolazione dell’effetto isola di calore (che con i cambiamenti climatici si farà sentire sempre di più nelle città), sia delle precipitazioni intense. Questo perché gli alberi intercettano la pioggia e la trattengono, almeno sino a un certo punto, e comunque ne rallentano la discesa al suolo. Ciò significa che dove ci sono più alberi si formano meno picchi di piena e meno eventi alluvionali intensi o improvvisi».

Secondo lo scienziato, Milano «in questo momento è all’avanguardia per il verde, sia a livello nazionale che internazionale, e ha progetti molto ambiziosi: ad esempio quello di piantare oltre 3 milioni di alberi in tutta la città metropolitana nei prossimi dieci anni».

Il vice-sindaco Anna Scavuzzo ha parlato di una Milano che sa mutuare le buone esperienze e le buone pratiche, e dove c’è spazio per il talento. «A Milano le associazioni giovanili sono molte e molto attive, ed è vitale anche la nuova imprenditorialità. Mettendo da parte il mito dell’imprenditore che diventa milionario con la startup creata nel garage, possiamo invece parlare del lavoro di numerosi imprenditori che pian piano hanno fatto crescere delle aziende pregevoli». Per il vice-sindaco occorre una sinergia tra scuola e famiglia, «perché entrambe le realtà danno un contributo, e perché ogni ragazzo ha bisogno di una dimensione familiare, di una dimensione scolastica, e di una relazione tra pari, magari anche sportiva. A livello di amministrazione posso poi dire che forse l’aspetto più interessante delle politiche pubbliche che stiamo cercando di costruire in quest’ambito è trovare il modo di coinvolgere tutti gli attori interessati, incluse le associazioni giovanili e i tanti comitati. È un modello che abbiamo imparato da altre città, ad esempio da Rovereto».

E trentino era il quarto speaker della serata, Marco Guerini, ricercatore della Fondazione Kessler specializzato in linguistica computazionale, che si è detto molto preoccupato di come la scuola italiana non prepari i giovani alle sfide di domani. «Io voglio che mia figlia studi materie scientifiche, “meno Dante più Python” è il mio motto. Penso che con questo approccio crociano stiamo rovinando intere generazioni. In Italia ci sono decine di migliaia di posti di lavoro vacanti per chi è specializzato nelle scienze dure e nell’informatica, e invece continuiamo a far studiare filosofia. Lo dico da persona che ha studiato filosofia all’università e che poi si è dovuta reinventare».

In Cina, ha osservato Guerini, «si è appena deciso che tutti i ragazzi dovranno studiare IA, e noi qui non sappiamo neanche cosa sia l’IA. Ma dove vogliamo andare? Nel nostro paese sono pochi gli studenti di dottorato in quest’ambito, e quei pochi di solito se ne vanno. Ci tengo a far notare che lo stipendio medio di una persona appena dottorata in informatica, se decide di lasciare l’Italia, non è inferiore ai 120-130mila euro. E fare ricerca è un bel mestiere, a livello mondiale c’è un’immensa fame di figure del genere. A mio parere bisognerebbe cominciare a insegnare seriamente l’informatica, in Italia; non dico l’IA, ma l’informatica».

Nel corso della serata Zilibotti (co-autore di un saggio, “Love, money, and parenting: how economics explains the way we raise our kids”, che sta facendo discutere gli Stati Uniti) ha sottolineato l’importanza della valorizzazione delle scuole professionali. «In Italia questi sono spesso percorsi di semi-abbandono scolastico, mentre in Svizzera e in Germania sono la cura principale contro la disoccupazione giovanile, lo dimostrano i dati». Per l’economista di Yale un altro modello formativo molto interessante è quello della Svezia. Paese nel quale esiste «una cultura della formazione di persone indipendenti, ma dove lo Stato interviene anche nel fornire ai giovani gli strumenti per vivere da soli a diciott’anni. Si potrebbe imitare la cosa qui in Italia, ad esempio attraverso degli incentivi fiscali».

Infine, per Anna Scavuzzo è fondamentale un maggior investimento in cultura. «Ma non una cultura legata ai soli bisogni dell’economia, perché non possiamo immaginare, ad esempio, di avere una civiltà che non curi la storia. Del resto l’Italia è il paese di Galileo e Leonardi, nel Rinascimento i pensatori non distinguevano lo scientifico dall’umanistico, allora vi era una grande commistione di saperi, la matematica andava di pari in passo con la filosofia, e forse bisogna tornare proprio a questo. Il Politecnico di Milano, per esempio, ha inserito tra i suoi corsi una riflessione sull’etica, perché il boom della tecnologia, l’IA ci stanno riportando a interrogarci su cos’è l’essere umano, su quali scelte possiamo affidare a una macchina. E di sicuro è fondamentale una cultura delle materie scientifiche, le cosiddette STEM, specie tra le bambine. Per ovviare allo stereotipo culturale secondo cui le donne sono naturalmente portate per le materie umanistiche mentre quelle scientifiche sono adatte agli uomini».

Per un mondo migliore per i nostri figli, insomma, servirà un’intelligenza più ampia. Anzi, serviranno più intelligenze.

tratto da “glistatigenerali”

scritto da Valentina Saini