Una sfida per il futuro dell’Italia

Ma nelle campagne elettorali, le forze politiche, oltre che parlare di pensioni, fisco, sicurezza (tutte cose importanti, bada bene) non potrebbero parlare anche di territori dove la gente vive?

Io ad esempio non ho mai sentito parlare dell’importanza, dell’emergenza e del rilancio dell’Appennino.

Non ci sarà mica qualcuno che osa pensare, ancora, che l’Italia sia solo le Alpi e la Padania?

Eppure, come Federbim, ad esempio, già alcuni anni fa, avevamo posto all’attenzione del mondo istituzionale, la realtà dell’Appennino, intesa come una dimensione territoriale e sociale che meritava maggiore attenzione, senza dare per scontato le difficoltà e le contraddizioni tipiche delle aree montane, con un glorioso passato ma con un presente problematico.

La scelta di parlarne all’Aquila, che all’epoca, era stata colpita da un grave terremoto e stava lavorando per la ricostruzione, era simbolica ma conteneva una visione; il futuro si costruisce con la responsabilità condivisa, trasformando una crisi in opportunità.

Oggi che l’Appennino centrale è stato colpito da un nuovo e tragico terremoto che ci costringe ad intervenire deve essere chiaro che non è sufficiente ricostruire “tout court” ma bisogna saper cogliere l’occasione per ripensare quel territorio, integrare le comunità fra loro con servizi pubblici garantiti e riprogettare lo sviluppo locale nel segno della sostenibilità e della qualità.

In questo senso dalla crisi economica e dalle difficoltà post terremoto si può uscire guardando al futuro con ragionevole speranza, avendo speranza e coraggio.

Ma il vero problema è quello che un territorio come quello appenninico, decisivo per due questioni fondamentali, utili al Paese, come lo sviluppo della green economy e la piena coesione sociale, non può attendere l’emergenza per avere risorse adeguate ed una programmazione innovativa.

Se i territori appenninici continueranno a vivere l’esodo dei giovani e le comunità locali saranno fatte da lodevoli “resilienti” e/o da qualcuno trasferitosi dalla città alla montagna sulla base di qualche idea estrema od originale (pur sempre rispettabile), ci troveremo tra qualche anno in una situazione di dover intervenire per recuperare un habitat che potrebbe essere stato irrimediabilmente compromesso e senza alcuna utilità, soprattutto nella logica dei cambiamenti climatici.

Ecco perché con tutta il rispetto e la riconoscenza dovuta alle persone che hanno scelto (ma più spesso subito) di vivere nei nostri piccoli Comuni montani, quando sento parlare in termini positivi del fenomeno della resilienza mi sento innervosire,

Io associo il termine resilienza ad un frequente tirare a campare che spesso si radicalizza in un atteggiamento di comunità chiusa ed in una mentalità poco aperta a quel cambiamento, necessario, che passa, logicamente, attraverso una maggiore conoscenza dei saperi e nell’innovazione dei modi di fare.

A queste comunità recipienti e quasi sempre a prevalenza di anziani, manca, spesso, il coraggio di andare avanti e così si basano sulle tradizioni nel segno della continuità col passato, senza essere capaci di diventare protagonisti.

Ecco, proprio per questo motivo, io penso che per il futuro dell’Appennino serva, prima di tutto, pensare a preparare una generazione di giovani che dopo un adeguato percorso formativo, scolastico/professionale, sappia essere protagonista nel vivere ed intraprendere in montagna.

L’immagine dell’Appennino, cioè di un territorio che attraversa tutta l’Italia, inteso come un territorio da attraversare, come una somma di luoghi a sé stanti, come una realtà ambientale intangibile e da conservare, come un insieme eterogeneo di luoghi storici (a volte sacri) immiseriti dalla modernità arraffona e spesso incivile, è quanto mai triste eppure vera (almeno in parte) e da questa verità, occorre ripartire per ricucire e rimodellare questo parte di territorio nazionale.

Non possiamo più pensare che il rilancio dell’Appennino sia una battaglia persa e che sia sufficiente istituire dei Parchi o costruire dei Paesi “presepe” per avere qualche flusso turistico, o, peggio ancora, lasciare che il territorio diventi “il mondo degli elfi”(cit. Da Guccini).

Il pessimismo a cui siamo abituati, quando si parla di montagne, deve cambiare segno e trasformarsi in ottimismo della ragione: l’Appenino è un luogo dell’avvenire.

Non so dire se si tratta d’un avvenire imminente o lontano, ma è certo che il futuro arriverà su questi monti in quanto le politiche economiche dei prossimi anni, dopo la “sbornia della globalizzazione”, dovranno tornare ad occuparsi del locale e ad essere per i luoghi.

L’Italia in fondo non può cambiare e diventare il Paese delle città metropolitane, l’Italia resta quella dei Paesi e dunque l’Appennino ne è l’emblema!

Ma un ragionamento, in apparenza così semplice, fatica a concretizzarsi perché contrasta con la mancanza di una politica, concertata e continuativa, a favore delle terre alte; la pur lodevole Strategia Nazionale per le Aree Interne, non è sufficiente.

Ciò deriva da fatto che oggi questo territorio è abbandonato (per la mancanza di numeri) dalla politica che conta. Infatti chi rappresenta politicamente l’Appennino? La risposta è semplice: nessuno. I politici che vengono eletti sui monti impostano la loro vita per andare a Roma o nel capoluogo di Regione e dunque finiscono per allontanarsi dall’Appennino, perdendo così quel filo diretto con le comunità locali, i loro bisogni e le loro aspettative.

Da questo fatto nasce l’esigenza che gli Amministratori Locali dell’Appennino facciano massa critica e cooperino fra loro, per dare rappresentanza e per incidere sulle scelte.

Per ultimo va sottolineato che il cambio di paradigma mondiale che stiamo affrontando, “passando dall’immagina­rio della realizzazione di sé, attraverso l’aumento delle libertà quantitative individuali, nell’enfasi della pro­duzione e nel frenetico consumismo, ad un nuovo umanesimo con nuo­ve richieste sociali ed ambientali”, mette finalmente fuori gioco le vecchie e false equazioni: piccolo paese=piccola vita, mondo rurale=mondo arretrato.

Alla luce di ciò è arrivato il momento di rendersi conto che è andato in crisi il paradigma meccanicista/industrialista che pensava i luoghi come inerti supporti della produzione di merci e quindi dobbiamo ridare valore al locale. Ripartire dai luoghi significa, infatti, ripartire da un patrimonio di biodiversità e di sociodiversità, straordinari.

Ovviamente questo approccio non può eludere il binomio mercato e lavoro. Nei prossimi anni ci sarà un ritorno ai paesi e alla campagna. Il lavoro da fare è allora, dare forza a questa tendenza che è già in atto e mettersi alle spalle l’idea che i territori montani siano destinati a morire. Ritengo credibile pensare che da oggi e sempre di più, ci sarà un bisogno di diversità e per questo il fattore cruciale è dare fiducia, portare nei luoghi le persone che fanno buone pratiche. I Paesi italiani se non riceveranno domande non avranno lavoro e senza lavoro il territorio è destinato ad impoverirsi e deperire ma credo si possa immaginare, invece, che i Paesi saranno oggetto di domanda e dunque di lavoro, proprio per via della loro diversità. Questo che stiamo vivendo è il momento giusto per coagulare, per dare coesione, per mettere assieme ciò che per troppo tempo è rimasto isolato e disperso.

Per fare questo ci vuole un’idea di sistema condivisa fra tutti i vari soggetti interessati, che deve essere accompagnata da una Strategia Nazionale per l’Appennino messa in campo dal Governo e che coinvolga le Regioni.

I Partiti comincino a pensare che serve un rilancio di politiche a favore dei territori e delle loro comunità.

Non è impossibile, bisogna volerlo!