-una legge per il futuro dell’Italia-

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Mentre una qualificata rappresentanza parlamentare capitanata da Realacci, insieme a Borghi, Misiani e Iannuzzi, si adoperava per promuovere una legge di grande importanza per l’Italia, altri cercavano di promuovere una normativa che obbligava la fusione dei Comuni con meno di 5.000 abitanti.

Il classico atteggiamento schizofrenico e contradditorio di una politica che propone tutto ed il contrario di tutto, perdendo ulteriormente la fiducia dell’opinione pubblica.

Eppure la questione del futuro dei piccoli Comuni si dibatte da anni tra chi li vorrebbe accorpare e chi o i difende.

Non si tratta di una disputa tra innovatori e conservatori e nemmeno tra moderni ed antichi, bensì di ragionare sopra il fatto che così non si può più andare avanti e difatti sono anni che si parla di una specifica legge per i piccoli Comuni che riconfermi la loro importanza ma offra a loro l’ effettiva possibilità di operare per i cittadini.

Per questo, ora che siamo avviati al suo compimento, c’è bisogno che non si perda di vista l’urgenza e l’esigenza di una condivisa e praticabile normativa.

Mi riferisco alla proposta di legge C.65-2284A: “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti e dei territori montani e rurali, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici, approvata alla Camera lo scorso 28 settembre ed ora in attesa dell’approvazione anche da parte del Senato.

Si tratta di un provvedimento – atteso da anni – che mira alla salvaguardia dei piccoli Comuni (sotto i 5.000 abitanti) e dei paesi rurali, insomma, di quella realtà diffusa che rappresenta una preziosa e fondamentale peculiarità ed anche una vera potenzialità, italiana. Il testo contiene norme per la semplificazione amministrativa e lo snellimento delle procedure, per la salvaguardia dei servizi postali e delle attività scolastiche, per lo sviluppo della rete in banda ultralarga, per la riqualificazione dei centri storici e la promozione di alberghi diffusi, per il recupero di case cantoniere Anas e stazioni ferroviarie disabilitate, per la incentivazione della filiera corta di produzione e vendita diretta, per il contrasto all’abbandono di terreni e fabbricati. È previsto, inoltre, un fondo di 100 milioni di euro per finanziare progetti e interventi per lo sviluppo strutturale, economico e sociale delle aree montane.

La realtà dei piccoli Comuni, cioè quelli a bassa densità di popolazione e magari di vasti territori, è fatta di comunità locali con grandi storie e tradizioni che però, ormai, si sentono abbandonate e prive di futuro anche a causa dell’alta età media dei residenti. Davanti ad un disagio che crea il presupposto negativo di un possibile esodo con il conseguente abbandono dei territori, la risposta non può essere la fusione obbligatoria. Per questo motivo credo che serva una risposta condivisa, basata sopra una seria politica di coesione sociale che dovrebbe cercare di comprendere le enormi difficoltà visto che in ogni parte d’Italia, questi Comuni, concentrano su di sé tutti gli indicatori di povertà.

L’Italia è un Paese fatto di paesi, piccoli centri abitati sparsi per il nostro territorio, nelle campagne, nelle isole e nelle montagne; paesi che il rapido e complesso progresso “fordista” del dopo guerra, troppo spesso disordinato, ha costretto sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale del nostro Paese.

Invece è proprio nei piccoli paesi che si conserva, da Nord a Sud, la nostra preponderante e più autentica cultura nazionale del saper fare e del senso civico, mentre le città medie o grandi che siano, sono sempre più spinte ad imitare l’aspetto delle metropoli, palesando così, gravi problemi di ordine sociologico e antropologico, tra globalizzazione culturale massificante, periferie degradate, difficoltà economiche, servizi pubblici inefficienti, nonché molti disagi e dissonanze cognitive.

Per questo motivo credo che il segnale che giunge da questa Legge sia davvero importante, in quanto prova ad offrire la chiave per un nuova centralità (cioè per una rinascita) di questi territori. Il testo di legge infatti è incentrato su due temi principali e necessari : sullo sviluppo e sui servizi.

Sullo sviluppo sostenibile, in quanto se non creiamo le condizioni per la crescita e l’impiego delle risorse di questi territori, non ci possono essere prospettive di insediamento per il futuro ed è concreto il rischio dell’assorbimento da parte delle aree metropolitane, che offrono lavoro, cultura, servizi e innovazione in maggiore quantità.

Sui servizi, in quanto senza assicurare certezze nel campo dei servizi di base – scuole, servizi postali, trasporti, sanità – vengono meno i diritti di cittadinanza e dunque quella qualità della vita che può riportare a vivere in territori interni e marginali.

Ma l’importanza di questa legge deriva anche dal fatto che, per la prima volta, una legge della Repubblica afferma che “l’insediamento delle comunità umane nei piccoli Comuni è definito risorsa a presidio del territorio, soprattutto per le attività di piccola e diffusa manutenzione e tutela dei beni comuni”.

Dunque tutto bene? Direi di non esagerare con l’entusiasmo ma a proposito della suddetta legge votata alla Camera, mi viene in mente un vecchio modo di dire dei montanari (uomini pratici), che più o meno fa così: piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Allora dobbiamo essere chiari: per cercare di salvaguardare, rilanciare e valorizzare quell’immenso tesoro nazionale rappresentato dai piccoli paesi, ogni pur minima cosa utile deve essere apprezzata e sostenuta, ma di scelte a favore dei piccoli Comuni e delle Montagne debbono esserne fatte ancora molte e posta la situazione d’ignoranza, per non dire di inettitudine, di molta classe dirigente politica, sulla questione, occorre che tutte le associazioni che rappresentano gli interessi di queste comunità locali, si mobilitino .

Da queste articolo voglio dire che proprio nei paesi si conserva e spesso si genera autentica cultura, si mantengono biodiversità e produzioni tipiche e si mettono in atto forme di gestione del territorio innovative e sostenibili, forti del fatto di innovare ciò che viene dalla tradizione, sapendo bene che non può esistere alcun futuro che non abbia solide radici nel passato ed una  consapevole progettazione nel presente.

In questo senso la fusione obbligatoria, imposta per legge dall’alto, in ossequio a logiche numeriche, ha un limite che le persone che vivono nei luoghi montani e rurali con grandi sacrifici non si meritano, la scomparsa della rappresentanza politica di una comunità.  Per questo non possiamo chiudere Istituzioni con la giustificazione che non sono più in grado di mantenere i servizi del welfare. All’esigenza di garantire ai cittadini dei territori montani e rurali (dove si trovano la maggior parte dei piccoli Comuni) il diritto ai servizi pubblici essenziali ed alla loro efficienza si può e si deve rispondere attraverso lo strumento dell’Unione dei Comuni.

Certo non sempre le Unioni hanno dato buona prova del loro essere e delle loro capacità ma molte volte ciò è dipeso dalla creazione di Unioni troppo vaste ed eterogenee create per scelta Regionale e non frutto di quella auspicata autonomia locale che deve però saper dare prova di responsabilità. Così l’eventuale aggregazione di Comuni (la fusione), quando serve a migliorare la qualità della vita dei cittadini, ben venga, ma deve partire dal basso e deve essere fatta, sempre, con la volontà della comunità locali, partendo comunque dall’affermazione imprescindibile di quanto sia importante la presenza dei rappresentanti dei territori, nelle varie Istituzioni, proprio per evitare la disgregazione della comunità e l ’abbandono dell’habitat.

Non credo di esagerare, dunque, affermando che il nostro Paese ha bisogno di questa legge sui piccoli Comuni, per la necessità di attuare pienamente l’articolo 44 della Costituzione. Peraltro si tratta di una legge che si coordina perfettamente con quanto previsto dal Collegato ambientale alla legge di stabilità 2016, ove sono previste le green communities ed anche con la Strategia nazionale Aree interne, da attuare pienamente nelle 65 aree pilota del Paese, e poi da estendere ad altre.

Personalmente ritengo questa, una buona legge che aiuterà l’Italia ad affrontare il futuro grazie alla forza di comunità e territori che devono tornare ad essere centrali. Si tratta dunque d’una opportunità per tutto il Paese, per una nuova idea di sviluppo che punta sui territori e sulle comunità, che coniuga storia, cultura e saperi tradizionali con l’innovazione, le nuove tecnologie e la green economy. I nostri 5.585 piccoli Comuni amministrano più della metà del territorio nazionale, in essi vivono oltre 10 milioni di italiani e non sono una anacronistica eredità del passato, ma una straordinaria occasione per difendere la nostra identità, le nostre qualità e proiettarle nel futuro. E’ questa un’idea ambiziosa di Italia che passa anche dalla giusta valorizzazione di territori, comunità e talenti.

Speriamo in bene, a questa legge vogliamo dare molta importanza e significato per continuare a fare dell’Italia il Paese dei Comuni, come insegna la storia, e delle diversità che consono campanilismo ma ricchezza plurale.

Chi ama e si occupa di montagne, di genti delle terre alte e delle loro aspettative, dei loro piccoli paesi e dei loro diritti, e della vita di lassù, cioè di un mondo ricolmo di infinite storie, a volte meravigliose, altre volte tragiche comprende la strategicità di questa Legge, perché guarda al futuro di un territorio essenziale e decisivo per uscire dalla crisi e combattere i cambiamenti climatici.

                                                                                                                                   Enrico Petriccioli