Pier Luigi Zampetti (29/3/1927- 1/11/2003), di famiglia d’origine lunigianese, è stato docente di Filosofia del diritto a Milano, poi professore in Dottrina dello stato e preside della facoltà di Scienze politiche all’Università di Trieste e infine a Genova. Fu membro del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali. Uomo di profonda fede, ispirò pensiero e azione alla dottrina sociale della Chiesa per ricordarlo ho pubblicato un articolo di Masotti che parla del suo pensiero in modo davvero opportuno. Un pensiero ancora molto attuale ed importante per la politica odierna, che attraverso la partecipazione può temperare il leaderismo e la velocità delle decisioni.

Il professor Pier Luigi Zampetti, docente di Dottrina dello Stato presso l’Università di Genova, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, elaboratore della teoria della partecipazione illustrata nel noto volume “La società partecipativa”, scrisse l’ultima opera dal profetico titolo ”La dottrina sociale della Chiesa. Per la salvezza dell’ uomo e del pianeta.”
Il libro oltre, a ripercorre le tappe fondamentali dell’insegnamento sociale dei Papi, offre una analisi della “società dei consumi” e delle sue cause che può risultare di grande interesse, specie per i cattolici che, dopo la cosiddetta “scelta religiosa”, avvenuta in reazione a una politica deludente e sempre più laicizzata in una società secolarizzata, devono domandarsi se “si può ottenere con la scelta religiosa una presenza sociale della Chiesa nella società pluralistica e nel Paese, dal momento che è proprio stata l’assenza di una cultura cristiana dell’uomo integralmente considerato a favorire il processo di secolarizzazione?”.
E’ necessario, però, che si faccia chiarezza tanto sui principi ideali quanto sui meccanismi sociali ed economici che regolano la società in cui viviamo, della quale non siamo soddisfatti e per le cui sorti vengono nutrite serie preoccupazioni.
Si assiste a strane contraddizioni nel nostro mondo: da una parte, ad esempio, si rivendica la autonomia della politica e della economia che non possono essere costrette nella camicia di forza della morale, dall’altra,forse perché c’è il bisogno di parlare proprio di ciò che manca, si mette l’etica dappertutto. Nascono continuamente proclami sotto l’insegna della morale bisogna avere imprese e manager etici, fondi etici, finanza etica, risparmio etico, mentre fioriscono ovunque i comitati della bioetica .
Da ciò la utilità e la necessità di una presentazione in termini aggiornati e attuali di quel corpo organico di principi e di valori che è l’Insegnamento Sociale della Chiesa, quale visione e riferimento globale della vita e della società, supporto necessario di comportamenti moralmente corretti nei vari ambiti sociali e in mancanza della quale gli appelli etici non solo assumono un tono meramente utilitaristico o di espediente pubblicitario ma è dubbio che possano sortire un qualche effetto concreto.
Nella analisi delle cause della società attuale, cosiddetta “post-cristiana”, Zampetti offre altri originali contributi. Tale società ha diverse denominazioni; da quella più generica di “società permissiva”,a quelle che definiscono aspetti della medesima riferendosi ai principi ispiratori: società consumistica”, “società dell’inflazione”, “società secolarizzata”.
La crisi della società, la decomposizione della natura e anche il blocco dello sviluppo, secondo la dottrina sociale e per Zampetti che la ripercorre, sono da attribuire a un progetto materialistico che deve essere sostituito da un progetto umano che preveda lo sviluppo di tutto l’uomo nei suoi due aspetti spirituale e materiale; per realizzare concretamente la sintesi tra spirito e materia, arrivando ad una concezione personalistica dell’uomo, diventa fondamentale l’Incarnazione di Cristo.
Passando a individuare i principi ispiratori della vita economica e sociale racchiusi nelle varie encicliche Zampetti sottolinea nella Rerum Novarum oltre al diritto dei lavoratori alla giusta retribuzione e alla difesa della loro dignità, il diritto alla proprietà la cui fonte è da ritrovare nel lavoro. La proprietà ,in altri termini, tutela l’uomo contro ogni tentativo di statalismo dal momento che “l’uomo è anteriore allo Stato: si’ che prima che si formasse il consorzio civile egli dovette avere da natura il diritto di provvedere a se stesso”. Si va anche oltre ritenendo che l’operaio debba partecipare in qualche misura di quella ricchezza che egli produce.
Nella Quadragesimo Anno viene ripreso il discorso della proprietà che non ha solo una funzione individuale, ma altresi’ una funzione sociale;si delinea il principio della sussidiarietà per cui “l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale non di distruggerle o assorbirle”. Viene contestata qualsiasi forma di statalismo che freni o impedisca l’attività delle “minori e inferiori comunità”.Pio XI si addentra anche a tratteggiare nuovi rapporti tra capitale e lavoro: “il contratto di lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come si cominciato a fare in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Cosi’ gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nell’amministrazione e compartecipi in certa misura dei lucri percepiti”.
La Costituzione del 1948, soprattutto per l’apporto dei deputati della Democrazia Cristiana, recepisce tali principi: primo quello della persona umana contenuto negli articoli 2e3. E’ da ricordare l’art.42, che prevede la funzione sociale della proprietà che deve essere resa accessibile a tutti e l’art.47, che recita testualmente:”La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina , coordina e controlla l’esercizio del credito;favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese”.
Tuttavia l’inserimento di tali punti nella Costituzione non ha prodotto realizzazioni concrete. La ricerca delle cause si collega per Zampetti alla nascita della società dei consumi e alle degenerazioni dello Stato assistenziale. L’analisi del sistema Keynesiano è un punto centrale,forse il più importante, per il contributo che offre allo studio della attuale società occidentale e delle sue deformazioni.
Augusto Del Noce aveva affrontato il problema della società secolarizzata e del consumismo su un piano eminentemente speculativo, ripercorrendo l’iter di pensiero che va dall’idealismo al marxismo,da Hegel a Gramsci, fino a Reich e Marcuse, che porta alla assolutizzazione del politico e, quindi, al totalitarismo da una parte e, dall’altra,al fenomeno libertario del mondo occidentale, teorizzando “il suicidio della rivoluzione” che, escludendo Dio dalla storia, conduce al vuoto dei valori e al nichilismo.
Zampetti nella sua analisi socioeconomica, potremmo dire da filosofo dell’economia, prende l’avvio dal New Deal americano; per superare la grande crisi e rilanciare il sistema inceppato si ricorse all’intervento dello Stato nella economia, introducendo da un lato il principio della redistribuzione dei redditi per aumentare la capacità di acquisto dei cittadini, sollecitando, dall’altra, gli investimenti dello Stato attraverso il disavanzo di bilancio o deficit spendine; “nacquero cosi’un nuovo tipo di società e un nuovo stato: la società dei consumi e lo stato assistenziale”. Nota a questo punto Zampetti che certi principi economici, inseriti nella realtà individuale e sociale, modificano profondamente la medesima non solo dal punto di vista economico, ma altresi’ sociale, politico ed anche morale”.
L’inflazione è un punto cruciale della questione che influisce su molteplici aspetti della società e a cui si collega l’ideologia dell’intera società.
Keynes diceva: “E’una fortuna che i lavoratori oppongano resistenza a riduzioni di salari monetari….mentre non oppongano resistenza a riduzioni di salari reali, che siano connesse con aumenti dell’occupazione complessiva e lascino invariati i relativi salari monetari”.
Nota duramente Zampetti: “La società dei consumi diventa società dell’inflazione nella quale ben due comandamenti, il VII (non rubare) e l’VIII (non dire falsa testimonianza) sono sistematicamente violati!”
Con l’inflazione lo Stato si avvale del suo potere di emettere moneta e di attribuire ad essa un valore legale; mediante la riduzione del potere di acquisto della moneta si ottiene la redistribuzione dei redditi e la elevazione del livello dei consumi. Anche con meccanismi quali la scala mobile, la retribuzione viene menomata nella parte destinata al risparmio.. D’altra parte se “il reddito non è piu’ percepito per il lavoro prestato e per i meriti , ma per il consumo da effettuare”, si entra in una spirale di egualitarismo deresponsabilizzante in cui chi lavora poco o male è posto sullo stesso piano di chi lavora molto e, magari, bene .
“Cos’è la proprietà? si domanda la Rerum Novarum. L’inflazione espropria in maniera illegittima i lavoratori di una parte della loro retribuzione, togliendo loro la libertà con cui provvedere a destinare i propri redditi. Il proprietario può infatti destinare i suoi redditi al risparmio, agli investimenti o ai consumi.In questo caso la destinazione è sollecitata ad orientarsi verso i consumi, anziché verso gli investimenti od il risparmio; questo, peraltro,può essere scoraggiato anche per altre cause quali, ad esempio, l’interesse negativo sui depositi o il blocco degli affitti.
La società dei consumi, in cui il consumo precede la produzione, diventata società dell’inflazione, porta in sè i germi della società permissiva. La redistribuzione del reddito, realizzata in modo meccanico attraverso una sorta di esproprio invisibile, apre la strada alla ideologia del materialismo edonistico, in cui l’uomo viene ridotto al suo momento materiale e considerato funzione di consumo di beni materiali che vanno sempre soddisfatti con la massima intensità. “In tal modo, anziché integrare il contratto di lavoro con il contratto di società, come auspicava il pensiero della Chiesa ,è nato un contratto di società del tutto diverso,che ha trasformato il contratto di lavoro in un contratto di consumo. Contratto, questo, che è stato alla base della stessa società dei consumi e della deformazione che l’uomo ha subito”.
Nell’opera “La società partecipativa” Zampetti aveva preso in esame anche altri aspetti particolari dell’applicazione italiana del sistema keynesiano rispetto a quello americano mettendone in rilievo i connotati di assistenzialismo, conseguenza anche della applicazione di istituti quali: “contratti unici”, “statuto lavoratori”, “salario variabile indipendente.” Inoltre dietro lo Stato che amplia interventi e spesa pubblica entrano i partiti. “La partitocrazia si accompagna cosi’ allo statalismo e allo sperpero del pubblico denaro, cosi’come del resto aveva rilevato Luigi Sturzo.”
Oggi , di fronte ad una crisi generale, morale prima che economica, della società, è necessaria una nuova cultura che, partendo dal nesso tra etica ed economia, cali nella realtà attuale i principi racchiusi nelle encicliche sociali. Punto fondamentale è la realizzazione di una “società partecipativa fondata sull’estensione della proprietà dei mezzi di produzione a tutti i lavoratori”, in grado di valorizzare “ l’uomo del lavoro” della Laborem Exercens e di realizzare concretamente“ il primato del lavoro sul capitale”. Inoltre un processo di democrazia partecipativa, altro tema primario di Zampetti ,è da incentrare sul popolo sovrano e, quindi, sulla soggettività della società e delle famiglie; un volume del 1996 recava come titolo: “La sovranità della famiglia e lo Stato delle autonomie”.
Dal volume di Zampetti quindi alcuni stimoli: in primo luogo l’invito a una rilettura organica dei testi della dottrina sociale dei papi; poi ad un ripensamento critico dei meccanismi perversi della società dei consumi ed infine ad un impegno per l’elaborazione di una nuova cultura pratica volta tradurre in realtà concreta i principi delle encicliche “per la salvezza del pianeta e dell’uomo” come Lui dice.