A Torino, al Lingotto, nei giorni scorsi, 11 e 12 marzo, io c’ero.

L’ appuntamento non era per il Salone del Gusto ma per il rilancio di Matteo Renzi e della sua proposta politica per il PD, in vista delle prossime primarie del 30 aprile prossimo.

Il Lingotto è un posto simbolo per il PD, perché è il luogo dove Veltroni lanciò il Partito a vocazione maggioritaria ed il cambio di passo della dirigenza.

Un luogo, dunque, capace di evocare nuove prospettive.

Certo che allora ci si trovava ad immaginare una nuova stagione politica basata sulla logica dell’alternanza di Governo, sulla garanzia di risultati elettorali che garantissero la stabilità del Governo e la certezza della maggioranza parlamentare di riferimento, mentre invece….

Oggi invece, dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre, è tutto cambiato:

  • il clima che si vive nel PD è di assoluta incertezza, aggravata dall’uscita di quella parte di sinistra che si contrappone a Renzi in maniera pregiudiziale;
  • Renzi appare oggettivamente, meno in sintonia (finito l’effetto simpatia?) con il Paese;
  • la nuova legge elettorale sarà di tipo proporzionale (più o meno mitigato) e ciò renderà più difficile la formazione politica di un Governo omogeneo e coeso.

In questo quadro a Matteo Renzi, dimissionario per poter svolgere il Congresso prima delle elezioni politiche (come chiesto dalla minoranza), è toccato venire al Lingotto per ricaricare il popolo del PD e soprattutto per tornare a parlare al Paese (ai suoi cittadini) per dimostrare che la spinta riformista non si è spenta e che le idee in questo senso non mancano.

L’ambiente a Torino era pieno di ottimismo e la comunità del PD presente, ha risposto bene alle sollecitazioni ed alle parole d’ordine del suo leader; un leader come sempre positivo.

La gente ha accolto bene le parole che sono circolate, a partire dallo slogan: da casa dobbiamo ripartire “insieme”.

Che il clima fosse quello giusto lo stanno a dimostrare gli interventi alternatisi sul palco (da Martina, a Del Rio e Petteni), come stanno a significare le presenza autorevoli in sala (da Gentiloni a Chiamparino, da Franceschini a MInniti) ma soprattutto come testimonia l’ottimo lavoro svolto nei tavoli tematici (personalmente ho partecipato al numero 12 sul tema “Territorio, città e sostenibilità” con gli On.li Realacci e Borghi).

Da questi tavoli sono scaturiti i contenuti per la mozione congressuale di Renzi, grazie all’ottimo lavoro coordinato da Tommaso Nannicini, una mozione che accanto ad alcuni temi tipici della narrazione renziana, possiamo considerare innovativa e propositiva, frutto di coinvolgimento e condivisione.

Da questa mozione ora Matteo Renzi dovrà riprendere il suo cammino da leader, perché di un leader c’è sempre bisogno, ma con l’attenzione necessaria ad evitare tentazioni dirigistiche e di chiusura intorno ad un gruppo ristretto di amici.

Gli amici servono sempre, anche in politica, ma nell’esercizio del governo bisogna saper andare oltre, nell’interesse generale, anche prendendosi qualche rischio.

Comunque anche al Lingotto è apparso chiaro che, allo stato attuale, la comunità del PD ha solo un leader capace di essere all’altezza dei compiti storici che ci aspettano e quello è senz’altro Renzi (come dimostreranno le primarie).

La rappresentazione di un leader in crisi con il suo popolo non è assolutamente corrispondente alla verità (almeno per quello verificato al Lingotto) e certamente il PD non ha bisogno di trasformare le differenze in divisioni.

Ciò non significa, però, che Renzi non abbia limiti caratteriali o culturali e soprattutto non significa che sia infallibile, perché, dobbiamo essere onesti, di errori politici, nell’ultimo anno, ne ha compiuti sia nella gestione del PD, che nella guida del Governo.

Ma proprio per questo credo che oggi Matteo Renzi sia più maturo ed ancora più adatto a svolgere il ruolo di segretario del PD, mentre per la futura Presidenza del Consiglio dipenderà sia da dal risultato elettorale che dall’esito del Governo Gentiloni.

La riproposizione forte della figura del segretario/leader, di per sé non è un fatto inaccettabile a patto che non ci sia poi la sovrapposizione dei due incarichi col rischio di fare male in una delle due cariche.

Il vero problema per il nostro PD, almeno dal mio punto di vista, è quello di creare un Partito, plurale ed aperto, cioè espressione dei territori e non solo delle classi dirigenti che stanno nei palazzi romani. Mi domando infatti a cosa serve avere una direzione nazionale fatta quasi esclusivamente da parlamentari che nella loro vita romana hanno quotidianamente l’occasione per incontrarsi, discutere e confrontarsi? Sarebbe meglio coinvolgere, per la metà dei componenti, gli eletti dei territori.

Mentre per ciò che riguarda le scelte importanti da compiere per combattere la sfiducia verso la politica e la classe dirigente, ci sono:

-l’abolizione delle pensioni per i parlamentari e consiglieri regionali

-la riduzione del numero dei parlamentari (600/650, tra Camera e Senato sono sufficienti)

-un reddito d’inclusione legato a lavori socialmente utili

-la formulazione di una Legge che regolamenti i Partiti

Mentre per ciò che riguarda il Governo servono una nuova politica del lavoro riattivando un sistema di rapporti con le associazioni intermedie, la garanzia dei servizi pubblici essenziali per una piena coesione ed una decisa svolta per lo sviluppo sostenibile attraverso la promozione del capitalismo territoriale.

Questi contenuti sono essenziali e rappresentano l’unica alternativa credibile al voto populista e demagogico del M5S.

La sfida che Renzi ha lanciato, attraverso la costruzione di un “nuovo” PD, al Paese non sarà facile da vincere ma credo che non sia persa in partenza anche se per la sua riuscita molto dipenderà dalla legge elettorale che verrà scritta dal Parlamento nelle prossime settimane.

In effetti dopo la difesa garantista di Lotti e l’infortunio sul caso Minzolini è importante dimostrare di saper essere un Partito responsabile ma coraggioso e dunque nei prossimi mesi bisognerà affrontare al meglio la manovra finanziaria, la legge elettorale e poi il rilancio dell’Europa.

Da questi risultati dei prossimi mesi dipenderà il futuro del PD e dello stesso Matteo Renzi, che non dobbiamo demonizzare né idolatrare, ma seguire con diritto di critica, per darci un futuro riformista e progressista.

Per quanto mi riguarda sto con Renzi (e con Buglioni) ma con la schiena dritta!