La mancata riforma Costituzionale, rende di nuovo urgente un intervento legislativo in materia di riordino territoriale e di Autonomie Locali. Un intervento che punti ad una vera e propria riforma Istituzionale che consenta una nuova, adeguata, efficiente “governance” territoriale.

Un intervento che però, sia chiaro, non può essere fatto con l’attuale Costituzione.

Sarebbe sbagliato pensare che non è più possibile intervenire per modificare alcuni articoli costituzionali che sono elementi portanti di un sistema che mostra i suoi limiti e la sua vetustità, generando insoddisfazione popolare per alcuni meccanismi ordinamentali discutibili e difettosi,

Certamente non penso che una riforma del nostro sistema istituzionale (delle Autonomie Locali e dello Stato) sia la panacea per il nostro Paese ma sono sicuro che un nuovo modello di “governance” del territorio sarebbe utile ad un recupero della fiducia verso la politica e la sua classe dirigente.

Il quadro istituzionale del Paese, nella situazione attuale, mostra chiare disfunzioni ed inefficienze, ai vari livelli, che molto hanno contribuito a creare un clima nel quale la mediazione e la sintesi fra i diversi interessi, viene ritenuta una perdita di tempo ritenendo che, dopo la propaganda, sia il decisionismo la soluzione a tutto.

Proprio per questo a disfunzioni ed inefficienze, occorre porre rimedio, con decisione e sapendo sfidare le forze politiche della maggioranza, che ora, ad esempio, non parlano più di riformare la legge elettorale che prima dichiaravano inaccettabile.

Dobbiamo puntare ad avere livelli di governo territoriali scelti dal popolo, così da avere Enti Locali più vicini ai cittadini che possano intervenire concretamente per ricostruire un rapporto di fiducia tra la politica e le persone.

La sfiducia verso la politica, infatti, nasce ed è alimentata, oltre che dagli ingiustificati privilegi, dalla mancanza di rappresentanze territoriali identitarie e capaci di dare risposte adeguate ai bisogni quotidiani ed alle aspettative di futuro delle comunità locali.

Da questo occorre ripartire, avendo chiaro in mente un disegno di riordino istituzionale non astratto ma pensato ed adeguato ai territori e proprio per questo concertato, prima, e condiviso, poi, con i soggetti rappresentativi di quei territori.

Quasi tutte le formazioni politiche, in campagna elettorale promettono cambiamenti istituzionali per riformare e modernizzare il Paese ma poi, dopo una iniziale fase di esperienza di Governo con ambizioni innovatrici, davanti ad un sistema istituzionale vecchio ed arrugginito, si rendono conto della difficoltà di produrre cambiamenti.

Pur in un periodo storico in cui sembra che tutti vogliano dire la loro e cambiare regole ed Istituzioni, occorre riconoscere che la democrazia rappresentativa, tanto disprezzata, ha saputo fare più strada sulla via del cambiamento, della tanto reclamizzata democrazia diretta, che, almeno per ora, ha invece sempre bloccato tutto.

L’Italia deve pensare seriamente a superare il “bicameralismo perfetto”, cioè la parità di ruolo e competenze tra le due Camere, vanno assolutamente modificati i rapporti tra Stato e Regioni, occorre poi ripristinare un Ente intermedio tra Comune e Regione, riconfigurare i poteri degli Enti Locali, comprese quelli delle Regioni che dovrebbero essere Enti legislativi, di controllo e programmazione e non di gestione ed infine andranno introdotte tutta un’altra serie di opportune modifiche, come quelle sull’elezione del Presidente della Repubblica e sull’Istituto del Referendum.

Purtroppo, con il sistema istituzionale odierno, frutto di un ritorno al proporzionale, risolvere i problemi che, sopra, ho menzionato sarà sempre più difficile. La politica italiana si trova davanti ad un bivio: se non saprà riformare questa Costituzione, si troverà sempre con le mani legate, ostaggio di un qualsiasi Partito che avrà capacità d’interdizione.

In questa situazione bisogna avere coraggio, anche perché se abbiamo a cuore il futuro del nostro Paese sappiamo che le scelte da realizzare sono quelle del semipresidenzialismo e del federalismo con più poteri all’Esecutivo e maggiore responsabilità alle Autonomie Locali.

Autonomie Locali che devono essere maggiormente protagoniste nella programmazione, nella organizzazione e nel controllo di tutti quei servizi pubblici essenziali che sono diritti di cittadinanza.

Negli ultimi decenni, come già detto, si è sicuramente allargata la distanza tra i cittadini e la politica, è entrato in crisi il rapporto tra i cittadini e le istituzioni e con ciò anche la credibilità stessa delle istituzioni, su questo hanno pesato la lentezza con cui si riescono a dare risposte ai cittadini, le mille complicazioni burocratiche e una politica costosa che appare lontana dai bisogni delle persone e che è spesso autoreferenziale.

Tutto ciò rischia di indebolire la qualità della nostra democrazia e di fare da cassa di risonanza alla richiesta, populistica, dell’uomo “forte”, di colui che rimette le cose a posto.

Ecco perché abbiamo bisogno di una riscrittura, condivisa, delle Istituzioni e delle regole. Non si tratta in alcun modo, a mio parere, di mettere in discussione i valori e i principi che sono contenuti nella prima parte della nostra Carta Costituzionale, che sono sacri e immodificabili, ma di modificare – così come gli stessi costituenti avevano previsto che sarebbe stato necessario – la seconda parte, proprio per poter meglio realizzare i principi contenuti nella prima parte e rendere le istituzioni più moderne e più efficaci nella risposta ai problemi del nostro tempo attuale.

Le discussioni e le polemiche contro l’ondata antipolitica che investe la democrazia rappresentativa sono sacrosante, ma rischiano di essere insignificanti e soprattutto insufficienti, rispetto alla gravità del problema se non sono supportate da un progetto riformista e da una prospettiva di rinnovamento e ammodernamento delle Istituzioni.

La pura ritorsione, la recriminazione su chi non ha voluto accettare le proposte precedenti, anche se è comprensibile, non serve e non basta, nell’interesse generale della nostra comunità nazionale.

La complessa situazione dell’Italia di oggi, con un PIL che cresce poco, con il debito pubblico alle stelle, con lo spread che torna ad alzarsi, con una disoccupazione ancora troppo elevata, non ci consente di perdere mesi, quando non anni, a discutere di regole costituzionali e di legge elettorale, quindi affrontiamo seriamente il problema senza indugi.

Certo non dobbiamo pensare a cambiare, tanto per cambiare… servono una strategia ed uno sguardo lungo per il futuro del nostro Paese, personalmente ritengo preferibili interventi che possano essere ben definiti a partire dalla priorità del completamento del riassetto delle autonomie. Un tema, come già detto, che riguarda direttamente i servizi ai cittadini, la gestione degli organismi territoriali, la distribuzione e l’utilizzazione delle risorse, il rapporto tra lo Stato e gli Enti Locali.

In sintesi, dobbiamo realizzare, compiutamente, il principio previsto in Costituzione della sussidiarietà, sia in termini orizzontali che verticali; è questa una necessità che attiene direttamente alla qualità della vita di tutti gli italiani e alla loro possibilità di realizzare modelli di società virtuosi ed inclusivi, sulla base del principio di buon andamento e quindi di economicità, efficienza ed efficacia.

Potremo, così, tornare a fare campagne elettorali con lo scopo di far conoscere un progetto o per far passare questo o quel principio e smettiamola con una sterile propaganda fatta, solo, per ribaltare questo o quel partito, questo o quel Premier, solo ed unicamente per una sfacciata questione di conquista di nuove poltrone, non certo pensando all’interesse del Paese.

A questo punto, penso davvero, che serva all’Italia cambiare, non tanto per cambiare ma per diventare un Paese migliore, più forte e democratico.