I territori montani ( il 48% del territorio nazionale) sono certamente giacimenti di risorse naturali, ma anche fonte di specifiche problematiche per gli amministratori locali; amministratori che si sentono abbandonati dai decisori della politica che conta.

Ormai nessuno può più pensare a forme di assistenzialismo, in nome di una specificità riconosciuta dalla nostra Costituzione ma una strategia nazionale che parta dalla Riforma della L 97/94 diventa necessaria ed urgente. Questa scelta potrebbe essere il metro giusto, per giudicare l’attenzione di Stao e Regioni verso le nostre montagne sempre più caratterizzate per una resilienza, certamente importante ma francamente ostaggio della mancanza di alternative.

Per questa ragione occorre iniziare a pensare ed a progettare il futuro delle montagne itaiane e delle comunità locali che vi risiedono,.consapevoli che queste aree sono allo stesso tempo strategiche per la crescita e la sicurezza del territorio, per garantire una ricchezza identitaria basata sul valore della diversità e della biodiversità e per sviluppare un’economia sostenibile, cioè per avere una piena coesione sociale del Paese.

Poniamoci allora una domanda: qual’è la prima condizione necessaria per abitare in montagna? E’ senz’altro evidente che, come in qualsiasi area del Paese, la “conditio sine qua non” per il futuro è che vi si trovi il lavoro ed una qualità della vita, con gli standard qualitativi e competitivi pari a quelli di altre aree.

Il lavoro nei nostril territori montani non può essere calato dall’alto ma deve nascere dal basso, cioè dale risorse autoctone e deve essere frutto di un modello di sviluppo appropriato e pluralista, nell’ottica della sostenibilità e della sussidiarietà. Credo però che un tale risultato, la sua seria realizzazione, sia conseguibile solo attraverso il perseguimento dell’accessibilità, un decisivo fattore di modernità. C’è dunque la necessità di una rete di servizi efficiente, in campo scolastico, in quello socio/sanitario, in quello infrastrutturale (viario e telematico) e poi dei servizi pubblici in generale, che attraverso livelli organizzativi decentrati ma integrati, garantiscano non solo il servizio in sé, ma la presenza sul territorio di opportunità lavorative e quindi di esperienze diversificate e qualificate che sono alla base di una società plurale e solidale.

C’è poi una seconda domanda a cui va risposto: è possibile superare i “gap” che derivano dale condizioni geofisiche dei territori montani? Si è possibile grazie alle tecnologie ma ciò nonostante permangano, comunque, situazioni di disagio, che però non appaiono più ostative. Certo la complessità di queste aree è difficile da affrontare ma per uno sviluppo equilibrato, per la salvaguardia del nostro habitat e per la coesione sociale, occorre farlo senza esitazioni.

La struttura fisica del territorio ha, naturalmente, un’incidenza decisiva per le comunità locali che vi risiedono e vi operano e per questo le scelte devono essere coerenti. Il territorio con la sua storia va certo salvaguardato ma occorre innovazione tecnologica e culturale per poter stare dentro alla competizione globare. Un territorio in cui i collegamenti stradali e ferroviari come le connessioni di rete tecnologica, devono superare valli e montagne, é un territorio oggettivamente svantaggiato. Si tratta di intervenire per elaborare quello svantaggio e valorizzarne le potenzialità intrinseche. Decisivo in tal senso è evitare la separazione tra le città del fondovalle e le valli. Per questo è necessario intervenire per rinforzare la struttura delle relazioni tra città e valli, che é alla base di un corretto modello socio-economico. Infatti le particolari condizioni ambientali dei territori di montagna (fragilità, acclività, isolamento) richiedono, a garanzia del loro sviluppo sociale ed economico, l’adozione di “buone pratiche” di governo incentrate su ampie autonomie amministrative. In questa logica i poteri autonomistici, legislativi, regolamentari e finanziari, sono più adatti ad interpretare la diversità del territorio montano e sono cruciali per il perseguimento di questi obiettivi.

Dalle risposte alle due domande scaturisce chiaro che serve una capacità di governo del territorio diretta ed autonoma senza lasciare spazio a logiche e politiche calate dall’alto.

Non è un caso infattti che le Provincie autonome di Trento e di Bolzano e la Regione autonoma Valle d’Aosta siano le sole realtà alpine e montane italiane che, dati statistici alla mano, hanno saputo frenare l’abbandono della montagna e trattenere i giovani sul territorio. Il contrasto con altri territori montani, vincolati a poltiche programmatorie regionali o statali,,risulta immediatamente evidente e sintomatico. Questi, risultati economico-sociali misurabili ed esportabili, in territori alpini o appenninici, sono la testimonianaza che modelli virtuosi di gestione amministrativa. promuovono idee e progetti vincenti. Progetti pensati e gestiti sul territorio, per la comunità locale, in grado di valorizzare le risorse autoctone e di dare futuro, in loco, alle nuove generazioni.

La montagna abbandonata non giova a nessuno e genera costi elevati per i cittadini delle terre basse, in conseguenza del venir meno della quotidiana manutenzione e del costante monitoraggio che la residenzialità attiva degli abitanti produce. In un territorio montano saldamente presidiato dai residenti, i costi per la comunità statale sono minori e tali da non giustificare forme di assistenzialismo, all’apparenza gratificanti,ma in realtà mortificanti ed improduttive.

Ecco perché bisogna dirsi con franchezza, che la sottrazione di autogoverno, la riduzione dei diritti di cittadinanza e la perdita di buone pratiche nelle comunità alpine determinerebbe un aggravio di costi per la collettività nazionale, soprattutto in termini etici e sociali, con grave pregiudizio per gli assetti territoriali delle terre alte anche in termini economici ed ecologici: di abbandono ambientale, di dissesti idrogeologici, di entropia ambientale. Consqpevoli di ciò bisogna tenere in conto che risparmi misurabili in termini di valorizzazione del territorio quale patrimonio e capitale umano sono conseguibili, invece, soltanto attraverso una consapevole responsabilizzazione degli attori sociali e degli stackeholders presenti nelle terre alte. Per questo ritengo che solo attraverso una diretta presa in carico del governo del territorio sarà posibile favorire la coevoluzione fra insediamento umano e ambiente e la cooperazione tra pubblico e privato, coì da evitare dualismi contrapposti, in particolare fra eccessivo consumo del suolo, da un lato e rinaturalizzazione selvaggia, dall’altro lato..

In molti casi le risorse autoctone sono pressoché inutilizzate (biomasse legnose, materiali lapidei, prati pascolo, produzioni agrocolturali ecc.) per una mancanza di adeguata formazione e per un evidente ritardo culturale che sottostima e minimizza il lavoro rurale. In questi casi esemplari, la marginalità è giustificata in termini di geografia fisica ma va detto, senza ipocrisie, che essa è, prima ancora, la risultante di una marginalizzazione politico-amministrativa. Oggi le comunità locali residenti in aree montane sono sempre meno rappresentate e contano meno nelle sedi Istituzionali deve si legifera e dove si decide il loro destino.

Se analizziamo, poi, le terre alte della dorsale appenninica, lo scenario risulta ancor più inquietante, in quanto l’esodo dale aree montane, esploso nel secondo dopoguerra in forme bibliche, costa ogni anno alla collettività nazionale l’esborso di ingenti risorse finanziarie allo scopo di porre riparo al degrado dei terreni montani abbandonati. Serve allora e prima di tutto, una politica di rilancio abitativo della montagna (peraltro riscontrabile in recenti indicatori o trend di ritorno nelle forme di un neo-ruralismo consapevole o di un neo-terziarismo tecnologico a basso impatto) che deve essere promossa ed accompagnata dalla politica,. Lo Stato burocratico ha creato servizi costosi che in una piccola comunità potrebbero essere superati dall’autogestione, dall’apporto delle risorse del volontariato stimolate da rapporti vis à vis e non formali. La diversità delle terre alte impone una diversità di regole di governo e nella valorizzazione delle differenze di cui il Paese è composto, è importante evitare la standardizzazione e riconoscere le vocazioni dei luoghi montani e della loro originalità, nonché delle forme di autogoverno con le loro economie e la loro efficienza ed efficacia.

Proviamo ora, a defunire una serie di misure necessarie a perseguire la logica di cui sopra, stando all’interno di tre obbiettivi prioritari e qualificanti:

  1. A) Crescita intelligente (sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e l’innovazione).
    B) Crescita sostenibile (promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più green e più competitiva).
    C) Crescita inclusiva (promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione economica, sociale e territoriale).1) Mantenimento dei servizi essenziali sul territorio (scuole, ospedali, strutture sociali e trasporti).

In questa direzione, lungo queste misure, provo ad elencare alcuni obbiettivi comuni e prioritari:

) Mantenimento dei servizi essenziali sul territorio (scuole, ospedali, strutture sociali e trasporti)
2) Alleggerimenti burocratici e fiscali, soprattutto per i giovani che avviano iniziative economiche
3) Reti informatiche (banda larga, telelavoro, telemedicina ecc.);
4) Gestione autonoma delle risorse idriche e forestali;
5) Gestione cooperativa di beni e attività economiche;
6) Potenziamento delle filiere appropriate e dei mercati locali;
7) Sovranità energetica verso l’autonomia del bilancio energetico

8) Valorizzazione delle unità amministrative locali
9) Sussidiarietà ed economie di scala (ruolo degli enti intermedi fra Comuni e Regioni per la gestione comune di servizi

10) Definire i PSEA come risorse proprie delle comunità locali da utilizzare per lo sviluppo socioeconomico

Queste misure ed obbiettivi, per le zone montane presentano la priorità della crescita sostenibile che include, al proprio interno, la lotta al cambiamento climatico e la produzione di energia da fonti rinnovabili, la protezione della bio-diversità, la tutela delle acque. L’impostazione dello sviluppo in termini inclusivi e su base territoriale è quanto di più necessario per le nostre montagne che presentano una situazione territoriale fragile e necessitano di politiche concepite soprattutto in relazione ai bisogni e alle opportunità delle singole realtà superando la frammentazione amministrativa e realizzando un maggiore coordinamento fra gli attori territoriali., Infine poiché finora le politiche per la montagna hanno concentrato prevalentemente le risorse sull’agricoltura industrializzata dei fondovalle, si impone un salto di paradigma che riporti le attività di montagna a privilegiare gli aspetti qualitativi ad elevato valore aggiunto ma giova ribadire che diventa irrInunciabile, di fronte al dilagare dell’incuria del territorio, che, si rilanci quella “cultura della cura del territorio” che soltanto l’autonomia può garantire e promuovere.

In conclusione la tutela e la valorizzazione dei beni comuni nei territori montani, del loro paesaggio, della loro cultura, della loro tradizionale cultura materiale, mediante norme dedicate, investimenti pubblici mirati e reti di solidarietà civile volontaria, che prevengono rischi, danni e costi e generano qualità della vita e importanti economie per i residenti, nonché una forte attrazione per gli ospiti turisti, con i relativi risparmi da parte dello Stato centrale per la tutela del territorio, sono tutte azioni sopra le quali convergere unitariamente e su cui investire.

È necessario, dunque, confermare ed estendere un modello di buon governo del territorio (come quello Trentino, ad esempio), riconoscendone la rilevanza decisiva nell’economia nazionale.
Gli investimenti in conoscenza per la valorizzazione delle capacità professionali di alto profilo a fronte della creazione di opportunità lavorative evolute, in particolare per le giovani generazioni, sono cruciali al fine di potenziare la disposizione a vivere nelle terre alte da protgonisti e ad evitarne il depauperamento demografico ed economico, oltre che a debellare l’abbandono.